CELEBRAZIONE 

DELLA

GIORNATA UNESCO DELLA FILOSOFIA

La filosofia come pratica dialogica di comunità



Maria Rita Fedele, Docente di Filosofia e 
Teacher in philosophy for children for community secondo gli standard internazionali vigenti




La philosophy for children/for community: il modello teorico

La philosophy for children/for community, nota come P4C, si ispira al modello teorico di Matthew Lipman e al suo curricolo fondato negli anni Settanta del Novecento. La proposta di Lipman spinse già da quegli anni ad intendere, in modo inusuale, la filosofia come una pratica riflessiva, coniugabile a tutte le età, dai più piccoli agli adulti, come pratica dialogica di comunità.
Per Lipman, infatti, la capacità di dialogare filosoficamente non si lega allo sviluppo del pensiero astratto e formale, per dirla con le parole di Piaget. Anche ai bambini Lipman attribuisce la possibilità del filosofare e anzi individua proprio nell’infanzia il luogo privilegiato della filosofia.
È presente nei bambini quella tipica disposizionea meravigliarsi di fronte al mondo, a stupirsi delle cose e a porsi tanti “perché”[1]. In altri termini, i bambini, molto di più degli adulti, sarebbero caratterizzati dalla tendenza ad interrogarsi, a questionare, senza dare nulla per scontato, soprattutto se le domande si sviluppano in contesti esistenzialmente significativi come la famiglia, la scuola, il gruppo dei pari.
La ricerca di senso e di significato che caratterizza l’infanzia spinge i bambini ad essere capaci di pensare e di discutere di questioni di rilevante importanza, quali l’amicizia, la libertà, la verità, il bene e il male. Per tali ragioni, nell’introduzione al testo, forse più celebre di Lipman, Educare al pensiero, il filosofo scrive:

«non è facile impedire ai bambini di filosofare […] i ricordi cui siamo profondamente legati, degli anni trascorsi a scuola rappresentano spesso momenti in cui abbiamo pensato con la nostra testa e certamente non grazie al sistema educativo, bensì suo malgrado»[2].

La presenza di questa sorta di “istinto” filosofico trova le sue ragioni nel fatto che proprio fin dall’infanzia i bambini aspirano ad una vita ricca di esperienze esistenziali significative e ciò li spinge a porsi delle domande, a pensare e a ragionare su questioni ritenute squisitamente filosofiche: dall’origine dell’universo al significato della morte, dell’amicizia, al valore delle regole.
La matrice teorica che ha ispirato Lipman nell’elaborazione del curricolo della “philosophy for children” (P4C) è fortemente imperniata nel pensiero di John Dewey, in particolare nella valorizzazione del ruolo dell’esperienza e nella considerazione della logica come strumento per lacostruzione di una società democratica nonché del pensiero come indagine problematizzante sull’esperienza. Pur tuttavia, è possibile scorgere nello snodo teoretico del pensiero di Lipman un significativo richiamo alle filosofie fenomenologico-esistenziali, fra cui quella husserliana, in cui forte è il rilievo assegnato al concetto di intenzionalità.
Secondo la fenomenologia husserliana, è l’intenzionalità della coscienza a dare senso al mondo. La coscienza, infatti, non è una dimensione autonoma, disincarnata, isolata dal resto del mondo, ma è “apertura” all’alterità, è un “dirigersi verso”, è la capacità di dare senso (o molteplici sensi) a ciò che è esterno ad essa, a partire da quel contesto biologicamente, psicologicamente, materialmente condizionato, che colloca ciascuno di noi in uno spazio geografico ben preciso e in un’epoca storica. In questa prospettiva, dunque, la coscienza soggettiva che si rivela in ogni caso come coscienza intenzionale è legata in modo inscindibile al mondo-della-vita (Lebenswelt) ed è quest’ultimo ciò che rende possibile il legame tra esperienza e senso in quello sforzo incessante di cogliere il significato in ogni fenomeno.
In questa direzione, la P4C si propone come un valido modello pedagogico, capace di trasformare l’attitudine “naturale” dei bambini a filosofare in una vera e propria capacità, quella che Lipman stesso definisce pensiero critico, antidogmatico, problematizzante. La dimensione critica del pensiero è quella che permette di articolare e strutturare pensieri coerenti, argomentando le proprie tesi, distinguendo inferenze valide e non valide, formulando giudizi in base a criteri fissati.
È questa la modalità del pensiero in base alla quale non ci si lascia condizionare dai pregiudizi, dalle affermazioni scontate, dal “sentito dire”, ma si problematizza, assumendo quella distanza dalla realtà pre-data che è sinonimo di apertura “mentale”, tendenza a rivedere, a mettere in discussione, a disporsi verso la realtà come se fosse sempre la prima volta.
Tale proposta didattica della filosofia, che si pone come pratica dialogica di comunità, riferendosi a tutti i gradi e gli ordini di scuola, nasce da una precisa domanda: "Perché abbiamo bisogno di una filosofia?".
Habermas risponderebbe: "per liberare l’umanità dal principio di autorità".
C’è bisogno della filosofia per contrastare le nuove ideologie che imperversano nel nostro tempo:

1.     quelle del mercato, della globalizzazione, che riducono gli individui a meri consumatori;
2.     quelle di poteri occulti, delle logiche clientelari e affaristiche, che riducono gli individui a meri assertori di compiti;
3.     quelle dei tecnicismi, che in nome del "saper fare", costringono gli individui a seguire determinate logiche di azione, trascurando la dimensione essenziale del "sapere essere".

I tecnicismi eclissano la ragione sapienziale e determinano il trionfo della ragione strumentale, ma la ragione strumentale non sa distinguere tra ciò che si può fare e ciò che si deve fare!
Significative le affermazioni di Martha Nusbaum, riportate nel saggio intitolato "Non per profitto", in cui si insiste sull’importanza della filosofia e, più in generale, del sapere umanistico, in un’epoca, comela nostra, in cui «siamo stati sedotti dalla crescita economica, ma senza istruzione e formazione non c’è progresso». La filosofia propone una cultura pubblica deliberativa, in cui il sapere si fa cultura dell’uomo e, quindi, coltivazione della sua umanità.
Queste sono le ragioni che dovrebbero spingere le scuole a pensare ad una nuova didattica della filosofia, che tenda ad innovarne l’insegnamento nei licei, laddove esso è previsto, e a promuoverla ex novonegli altri ordini e gradi di scuola, come pratica dialogica di comunità, propedeutica certamente alla formazione del pensiero critico, riflessivo e valoriale, nel senso in cui afferma il padre della philosophy for children 
 MARIA RITA FEDELE

 
                                                                                                

[1]Cfr. M.Lipman, Il prisma dei perché, Liguori, Napoli, 2004
[2] Cfr. M. Lipman, Educare al pensiero, trad. it. di A. Leghi, Vita e Pensiero, Milano, 2005, p. 9



Sindaco Avv. Piero Capizzi - Assessore alla Cultura Dott. Giuseppe Cangemi Assessore ai BBCC Dott.ssa Nadia Battaglia - Prof.ssa M. R. Fedele Docente di Filosofia- Prof. Antonio Cosentino, Presidente del comitato scientifico del CRIF - Prof. G. D'Addelfio Docente di Pedagogia Generale e di Filosofia dell'Educazione









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