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GLI DEI DEL CIELO 
(in breve) 
                        pag. 25 



ZEUS/ Giove
L'idea della suprema divinità si è nelle origini associata al fenomeno naturale della luce del giorno e del brillare del cielo. Da questo concetto di Dio celeste derivano appunto le attribuzioni varie di Zeus. Egli presiede ai fenomeni  atmosferici; alle attribuzioni fisiche del sommo Iddio fanno riscontro le morali. Egli vien detto padre degli Dei. Il sacro dovere dell'ospitalità è tutelato da Zeus. E' il protettore della famiglia. Intorno a  lui molte leggende. Figlio di Crono e di Rea sottratto alla crudeltà del padre venne allevato in un antro segreto dell'isola di Creta, ricevette il latte dalla capra e perchè i suoi vagiti non si sentissero i sacerdoti di Rea  fecero un gran fracasso battendo le spade contro gli scudi. Divenuto adulto, secondo la leggenda non disdegnò il cercar sollazzo negli amori di molte donne.  Al Zeus greco corrisponde il Iuppiter dei Latini,  

ERA/ Giunone 
Figlia maggiore di Crono e di Rea, sorella e moglie di Zeus, è la divinità femminile del cielo, come Zeus ne è la divinità maschile. Gli attributi di lei corrispondono esattamente a quelli di Zeus. Era veniva dipinta come gelosa e maligna. Nelle leggende greche Era veniva celebrata come rappresentante del vincolo coniugale e la nobiltà della donna che serba costante fede al marito trovava in lei la sua più alta espressione. Quindi considerata come Dea protettrice del matrimonio e delle mogli, datrice di fecondità  e maternità. Giunone era la Dea romana che s'identifica con Era .

PALLADE ATENA/ Minerva
Figlia di Zeus, essendo balzata fuori tutta armata...dal cervello di lui, dopochè egli aveva ingoiato la sua prima sposa Metis Atena era deità bellicosa ma benefica, come quella ch'era nata in mezzo alle lotte celesti e coll'arme in pugno ma era anche contemporaneamente Dea della quieta e serena luce celeste, quindi della pace della saggezza . . I caratteri morali di Atena sono connessi coi fisici; ella rappresenta la luce dell'intelligenza che guida gli uomini sia in guerra sia in pace . . Identificata con Minerva.

APOLLO
Figlio di Zeus e di Leto o Latona. Narravasi che perseguitata dalla gelosia di Era, la povera Leto fosse stata costretta a peregrinare di terra in terra prima di trovar luogo sicuro dove dare alla luce o suoi figli. Finalmente nell'isola di Delo partorì Apollo e Artemide. . Febo Apollo è un Dio raggiante il Dio della benefica luce il sole che vien fuori dal grembo della notte. Il culto di Apollo era diffusissimo fra i Greci come generale doveva essere la venerazione verso una divinità datrice di tanti beni fisici e morali. . L?apollo della mitologia romana non è una deità italica ma è lo stesso Apollo greco molto per tempo accolto nel Panteon di Roma. Le colonie greche dell'Italia meridionale furono il tramite per cui il greco Apollo penetrò fra i Latini. Prima come Dio della divinazione, poi come medico e musico..

ARTEMIDE/Diana
Figlia di Zeus e di Leto, Artemide partecipa della natura di suo fratello Apollo. Essa è la Dea della luce lunare come Apollo è Dio solare. . Pensata come Dea benefica era però armata di arco e frecce, adopera l'armi sue contro gli esseri cattivi  o mostruosi ch'essa odia. Si diletta della caccia . Si vendica fieramente dei rinomati cacciatori che con lei vogliono gareggiare . Dopo la caccia la Dea si compiace tuffar le sue snelle membra dentro qualche fresco corso d'acqua circondata dalle sue ninfe. . Dal lato morale Divenne la dea della castità la protettrice delle giovani donzelle fino al momento del matrimonio. Diana era la Deità italica con cui si identificò l'Artemide dei Greci.

ARES / Marte
Venendo ai figli di Zeus e Era, il primo è Ares, Dio della guerra ma nel suo lato più brutale.Nemico della serena luce del spole e della calma dell'atmosfera avido di disordine e di lotta Ares era detestato dagli altri Dei anche da Zeus. Venne però vinto in guerra da Atena, espressione simbolica del maggior valore che ha in battaglia il prudente coraggio in confronto della forza selvaggia e temeraria,. Non molto diffuso era nella Grecia il culto di Ares. Il Dio italico identificato con Are è Marte che nella bellicosa Roma divenne Dio guerriero .

EFESTO / Vulcano
Altro figlio di Zeus e di Era. Dio del fuoco. Elemento importante nella natura. Raggiante, riscaldante che anche esce fuori dalle viscere della terra per la via dei vulcani e dominato dall'uomio rende possibile la lavorazione dei metalli, condizione indispensabile per lo sviluppo dell'arte e della civiltà. Lo si pensava zoppo , immagine dei movimenti vacillanti della fiamma Narravasi che Era vergognandosi della bruttezza di lui lo aveva gettato dal cielo giù nel mare. E altri racconti come espressione in un linguaggio mitico, della caduta del fuoco dal cielo in terra . Non molto esteso era nella Grecia il culto di Efesto . In occidente la regione dell'Etna, la Campania del Sud e in genere le terre vulcaniche erano naturalmente sede de culto di Efesto. Specialmente l'isola di Lipari  una delle Eolie, era detta l'isola di Efesto. I omani chiamavano questo Dio, Vulcano colui che presiede alla fusione dei metalli. Questo Dio benefico principe del fuoco terrestre utile alla vita e alla civiltà era nelle antiche leggende italiche fatto sposo di Maia antica deità latina .

ERMES/ Mercurio
Figlio di Zeus e di Maia figlia di Atlante. Poco dopo la nascita egli avrebbe dato prove manifeste della destrezza ed abilità che costituivano il fondo della sua indole. Giacchè, nato al mattino verso il mezzogiorno esce dalle fasce e del guscio di una tartaruga trovata dinanzi alla caverna si forma una lira e suona e canta. Verso sera va nella Pieria dove Apollo stava pascolando le greggi degli Dei e gli ruba cinquanta giovenche e via le conduce  e le nasconde con tal arte che non se ne può scoprir traccia. Poi torna zitto zitto a Cillene e si riacconcia  nelle sue fasce. Ma Apollo non poteva ignorare la cosa ed ecco se ne viene alla grotta di Cillene  per obbligare Ermes a restituire il mal tolto. Ermes fa lo gnorri e recisamente nega il fatto; onde Apollo a forza lo dovè condurre davanti il trono di Zeus lasciando a questo il decidere la contesa. Anche allora stava Ermes in sul niego, ma Zeus, capita la cosa gli diè ordine di cercare insieme con Apollo le giovenche e di restituirgliele. Così vien fatto Apollo poi, udito Ermes sonar la lira, tanto se ne compiacque che pur di averla gli lasciò le cinquanta giovenche. Così Ermes diventò Dio pastore ed Apollo d'allora in poi prese diletto dell'arte musica. A dar segno di una compiuta riconciliazione, Apollo donò al fratello la verga d'oro a tre rampolli datrice di benessere e prosperità e d'allora in poi vissero in rapporti di intima amicizia, benefici entrambi all'umanità. Apollo rappresentante del lato più alto dell'intelligenza, Ermes del senno e della scaltrezza pratica. Ermes era il messaggero degli Dei e l'esecutori dei loro ordine.  Apportatore dei sogni e conciliatore del sonno, era anche il Dio che dava facilità dell'eloquio a chi lo invocava nel bisogno. Il Mercurio dei latini era iL dio dei commerci e aveva pochi tratti comuni coll'Ermes greco .

AFRODITE/ Venere
In Omero Afrodite è figlia di Zeus e di Dione, quella che a Dodona era venerata come la sposa di Zeus. Ma questa leggenda cedette il luogo ad un'altra secondo la quale Afrodite sarebbe nata dalla schiuma del mare e la prima terra a cui approdò sarebbe stata l'isola di cipro.  Di qui gli epiteti di Anadiomene  e Ciprogenia. Essa era immaginata bella e fiorente . Essa era immaginata bella e fiorente . Concetto mescolato con un altro concetto quello della forza d'amore che penetra tutto l'universo e lo feconda. . Presto si distinsero tre aspetti di questa Deità contrassegnati coi nomi di Afrodite Pandemo,  Afrodite Urania e Afrodite Pontia: La prima era l'Afrodite terrena, protettrice anche di amori volgari, la seconda era la Dea dell'amore celeste, datrice di ogni benedizione la terza era l'Afrodite  marina patrona della navigazione e dei naviganti. Così il dominio di Afrodite s'estendeva su tutta quanta la natura. IL culto di Afrodite ebbe una straordinaria estensione in tutte le regioni ove le stirpi elleniche si stanziarono e dominarono. Venere era un'antica Deità italica, la Dea della primavera del sorriso della natura onde a lei era sacro il mese dei fiori, l'Aprile. Il nome stesso di venere significa bellezza e grazia. In Italia questa deità ebbe anche un'importanza politica, credendosi ch'ella esercitasse una benefica influenza sulla concordia fra i cittadini e sulla socievolezza tra gli uomini. Dall'importanza che il culto di una tal Dea aveva presso i Latini, provenne che quando Venere si fuse con Afrodite e le leggende di questa furono accolte in occidente facile  ascolto trovò anche la leggenda di Enea detto figlio di Venere e immaginato come fondatore della stirpe romana.


DIVINITA' SECONDARIE DEL CIELO

ESTIA/Vesta
GIANO
QUIRINO
ELIO/Sole
SELENE/Luna
EOS/Aurora

GLI ASTRI
I VENTi
LE MUSE
LE GRAZIE
LE ORE
LA VITTORIA
IRIDE
EBE
GIANIMEDE
EROS
ILIZIA
ASCLEPIO
LE MOIRE
NEMESI
LA FORTUNA




MITOLOGIA CLASSICA

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Felice Ramorino 

MITOLOGIA CLASSICA

illustrata


Quasi tutti i popoli della terra, negli albori della vita intellettuale e sociale, crearono una quantità di favole e racconti intorno agli Dei della loro fede e agli uomini più valenti di loro stirpe; i quali racconti propagati per tradizione orale attraverso ai secoli e alle generazioni, allargati via via con nuove aggiunte e mutazioni, divennero  il più prezioso patrimonio intellettuale di quei popoli e come il tesoro contenente, sotto il velame della favola immaginosa, l'espressione delle credenze, dei sentimenti, dei ricordi nazionali. Ma niun altro popolo è stato mai così ricco e geniale nella creazione di tali racconti, quanto gli antichi Greci la cui feconda immaginativa faceva sì che essi non concepissero i fenomeni naturali se non come animati da uno spirito  quasi umano nè i fenomeni dello spirito se non come incarnati sensibilmente. 

Miti si denominarono  con voce greca questi racconti, e Mitologia l'esposizione ordinaria di essi. Mito significa propriamente parola,  discorso e designa quel che si dice o si narra intorno a un soggetto qualsiasi. In fondo lo stesso significato ha la voce leggenda e si parla quindi spesso di leggende mitologiche; ma è invalso l'uso di chiamare preferibilmente miti le narrazioni che riguardano gli Dei e le leggende che che concernono gli Eroi. La mitologia dei Greci e dei Romani suol essere detta Mitologia classica per distinguerla da quella d'altri popoli.


I popoli politeisti ignorando il concetto della creazione per opera di Dio, non potevano avere sull'origine del mondo se non idee destituite di fondamento razionale spesso contraddittorie  e pressocchè infantili  o grottesche.
Esiodo narra come il mondo ebbe origine dal Caos .. ..nel senso etimologico di uno spazio vuoto, quasi voragine vuota e tenebrosa. 
Al caos sorse primamente, non si dice come, GEA, la terra, dalla quale subito si distaccò il TARTARO o  Inferno; poi comparì EROS, l'amore che unisce . ...Di poi mentre il Caos generava ancora l'EREBO , le prime tenebre, e la NOTTE, i quali  a lor volta ebbero figli in tutto diversi, l'ETRA e il GIORNO, Gea da sè produceva URANO ossia il  cielo, le montagne, e il PONTO o mare. 

Qui cominciano i connubi. si raccontò che Gea si fosse unita prima con Urano  e poi con Ponto; evidentemente si traduceva in linguaggio mitico il fenomeno naturale della terra fecondata dalle pioggie e dalle acque. 
Prodotti dall'unione di Gea e di Urano furono i Titani, i Ciclopi, gli Ecatonchiri o Centimani. 

I TITANI (dodici, di cui sei maschi e sei femmine accoppiati a due a due: OCEANO, il gran fiume che circonda la terra e TETI, l'umidità che pervade e nutre . Da questi, eran figlie le ninfe OCEANINE IPERIONE, TEA, da cui ELIO, SELENE, EOS, CEO FEBE, LETO e ASTERIA, infine CRONO e REA (un ringiovamento della coppia Urano-Gea). Oltre queste coppie tra i Titani vanno ricordati GIAPETO e tre divinità che personificano tre concetti morali: CRIO; TEMI; MNEMOSINE

I  CICLOPI erano tre: BRONTE STEROPE ARGE (fenomeni elettrici).

Gli ECANTOCHIRI erano te: COTTO,BRIAREO, GIGE (le forze sconvolgitrici della natura) . 

In unione col Ponto, Gea generò divinità marine: NEREO TAUMANTE, padre di Iride e delle Arpie; FORCHI e CHETO e EURIBIA

Cominciò una lunga lotta detta Titanomachia: Urano temette di perdere la signoria dell'universo per opera dei suoi figli minori. Spodestato Urano, cominciò il regno di Crono ma neanche questo  doveva essere lungo e felice. Infatti Crono temendo di essere detronizzato da uno dei suoi figli li ingoiava tutti appena nati; ma quando nacque l'ultimo figlio ZEUS, Rea lo nascose  mettendo nelle fasce una pietra che Crono ingoiò. Così Zeus fu salvo e fatto adulto mosse contro Crono. Cominciò la lotta detta Titanomachia  . Con questo mito si rappresentava il gran conflitto di forze della natura. Crono perdette il regno. Zeus divenuto signore  dell'universo  divise questo dominio con suoi due fratelli, riservando a sè il Cielo, lasciando a Posidone il governo del mare, ad Ades quello del Tartaro, la terra rimase neutrale. 
Nasce una nuova lotta (Gigantomachia): Gea crucciata per l'imprigionamento di parecchi dei Titani si unì con Tartaro  e dato alla luce un nuovo mostro che lo indusse a muovere contro Zeus  per rovesciarlo dal trono. Dalla grande battaglia, la signoria di Zeus durò incontrastata.
Tutte le divinità erano raggruppate intorno a Zeus detto padre degli dei e degli uomini. 
Gli Dei del Cielo, gli Dei dell'oceano  e delle Acque, gli Dei della Terra  e dell'inferno.. 
Zeus il Dio supremo del mondo, il Dio per eccellenza.

..................continua



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PETRU FUDDUNI 
I VERSI DI UN MITO





Prefazione di Pino Caruso

La prima volta che sentii parlare di Petru Fudduni avrò avuto sì e no 12 anni. Passavo per via Discesa dei Giudici (dietro il cinema-teatro Finocchiaro a Palermo) quando fui attratto da un assembramento che si era creato in un angolo della strada, attorno a qualcosa o qualcuno che non riuscivo a distinguere. "ma che è?" . Chiesi ad un passante.
"Petru Fudduni" fu la risposta. Incuriosito mi avvicinai e carponi, cercai di farmi largo tra una gamba e l'altra di quel pubblico che sembrava divertirsi: lo sentivo ridere sopra la mia testa. Guadagnai un posto di prima fila e... "Petru Fudduni altri non era che un giovanissimo Franco Franchi. Per il lettore non palermitano dirò che Petru Fudduni era un poeta popolare vissuto a Palermo -non si hanno date precise-tra il 1600 e il 1670. Di mestiere faceva l'intagliatore di pietre; ma conquistò subito una grande popolarità per la sua capacità di improvvisare versi e per la sua carica polemica e protestataria nei confronti del potere, e, quindi, delle ingiustizie e delle soperchierie del potere stesso.
Divenne, cioè, in  breve tempo l'interprete più colorito e fantasioso del malcontento popolare. 
E tale rimase nella fantasia dei palermitani, non solo dopo che il potere lo assorbì, gratificandolo con riconoscimenti accademici, ma anche dopo la sua morte. Io non ho  nè l'autorità nè la competenza per potere parlare di Petru Fudduni poeta, e quindi lascio a chi ha l'una e l'altra il compito di farlo. Ma, come cittadino palermitano, penso mi sia consentito rilevare il carattere simbolico che la figura di Petru Fudduni ha assunto nella città di Palermo. "Morto il poeta, viva il poeta, esso ha trovato subito la sua reincarnazione in un altro, fino a trovarlo vivo io stesso sotto le spoglie di Franco Franchi che, a suo modo, prima di diventare attore. Il popolo ha sempre avuto bisogno dei poeti, perchè il popolo non è stato mai padrone di niente, nemmeno delle parole, e i poeti invece sono le parole. Ma questo, se spiega,-ove lo spieghi- il successo che in vita ebbe Petru Fudduni, non spiega certo la sua "vitalità" storica. Il popolo, seppellito Petru Fudduni, poteva benissimo scegliersi un nuovo poeta anzichè ostinarsi a far resuscitare - o meglio a non fare morire- sempre lo tesso Perchè "morto Petru Fudduni se ne fa un altro?" Perchè Petru Fudduni non era soltanto il paladino degli umili e degli oppressi  ma anche, pur essendo povero, un personaggio vincente. Un personaggio che vinceva con nient'altro  che non gli fosse stato dato dalla natura: con l'arguzia cioè e l'intelligenza fatte parola. E questo, in moneta sonante, pe il popolo significava speranza. La speranza di poter vincere un giorno la boria, la ricchezza prevaricatrice e la prepotenza con la sola forza delle idee. Molte poesie di Petru Fudduni nascono dalla provocazione, a volte bassa e ignobile, che faceva riferimento alle sue umili condizioni e, tasto per lui dolentissimo, alla sua nascita ignota. E sempre il poeta ne usciva trionfante. Petru Fudduni inoltre rappresentava,  e lo dice lo stesso suo cognome, la follia: una follia intesa, da parte di chi è costretto ad obbedire a regole per lo più fatte  contro di lui, come estro di ribellione e conquista di libertà.
Ecco perchè -seconde me- Petru Fudduni è vissuto per secoli. E dico "è vissuto", perchè oggi Petru Fudduni non è più. Nessuno più lo incontra per le strade di Palermo e solo gli anziani lo citano indirettamente quando, alludendo al loro passato, dicono : "ai tempi di Petru Fudduni".
Ma io non sono sicuro che la sua scomparsa debba venire interpretata pessimisticamente come la fine di un mondo: piuttosto, come la nascita di un altro. E' vero: il poeta che parla a nome del popolo è morto ma, forse, perchè il popolo ha imparato a parlare per sè, e perchè ognuno di noi ha deciso di essere il "Petru Fudduni" di se stesso.   



PETRU FUDDUNI SI PRESENTA

Sutta sti vesti rozzi e pilligrini 
si trovanu li cori spariggiati; 
la rosa nasci 'nta puncenti spini 
'nta gerbi terri li gigghia su' nati; 
li petri priziusi e li rubbini 
'nta li rustichi rocchi li truvati: 
chi maravigghia c'è, all'ultimi fini, 
si mi viditi sti robbi sfardati?

IL SOPPALCO CON LA TRAVE SMURATA di F. Centonze

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IL SOPPALCO CON LA TRAVE SMURATA 

di Ferruccio Centonze









IL SOPPALCO CON LA TRAVE SMURATA 
pag.15


Qui, alla Marinella, con la finestra che riquadra un pezzo di pane sconvolto dallo scirocco, frange di memorie tornano dal tempo. E così per un miracolo di certe reazioni dell'<anguria>  (prendo a prestito dall'eroe randagio di Arpino)), l'atmosfera si è fatta calma d'un tratto, in una dimensione irreale e antica.
Il Cantone. La casa del Cantone.
Una porta a vetri cisi sistemavano le imposte, a mano, dall'esterno, quando calava la sera. Oltre la soglia con l'alto scalino, una stanza con mattoni di creta sempre trasudanti come un umore di sale. Sulla sinistra i fornelli- quanta fatica la madre a svampare il carbone, con quella gloria di cenere e faville sotto il vento del muscaloro, e quell'odore di bruciato posato su ogni cosa, talvolta con un sentore acre di gatto: pupo il rosso raspava nel cassone, sotto i fornelli , fra il carbone. Sulla destra della stanza, lungo la parte, allineati i recipienti  dell'acqua- nziru, quartara, e bummula di sciacca. E sulla  mensola, sotto lo specchio -toilette, il lume a petrolio- torna l'odore della'arsoli, bruciato dal meccio dentro il tubo di vetro. E bisognava stare attenti a regolarlo bene lo stoppino per non aumentare il consumo del petrolio-del petrolio! Strappi di corde fra gola e petto-capita a tutti-per quella polvere di ricordi che ti fa accendere nella memoria il lampo di un nome, quello dell'arnese che teneva insieme base meccio e tubo: < Lu cuncegnu>- come sussurrare al vento il pianto degli anni.
E la scala di legno che portava al soppalco, col passamano traballante su cui la nonna non osò mai posare la sua mano diventata di carta, chè si stringeva verso il muro preferendo incrocchiolare gli ossicini artrosici dlle dita nelle asperità dell'intonaco screpolato
La madre, nell'angolo fra muro e porta, a riaprarsi dal sole. E sul mare paranze. Gli si facevano incontro le barchette e più tardi per la casa era tutta una fragranza  d'olio d'oliva che si levava dalla padella stagnata saraghi, cefali, spigole, linguate, vope e tutto quello che il mare pescoso di allora era in grado di dare-non erano ancora i tempi del pesce d'oro venduto all'incanto.
Il gabinetto, nel sottoscala: una buca, tre mezzi conci murati ai lati, la lastra di marmo sopra, con il foro ovale. il chiodo al muro da cui pendeva la carta di giornale tagliata a rettangoli, il secchio con l'acqua lì vicino, non un occhio di bue che permettesse il ricambio dell'aria. E storia nostra, della nostraprecaria condizione di vita di allora, ma chi se ne accorgeva? Tornano solo rimpianti e magoni. Il soppalco con i materassi di crine - quello scricchiolare di erba secca, di assi, la chianca smurata da un alto del mare, mentre il violino del padre si attardava a far la <notturna> con i suoi amici, e smoriva la luce dei lampioni, e il lampionaio fischiettava all'alba. 
Ma clacson e trombe cancellano ombre e rimembranze. E' la sposa del giorno che viene a farsi fotografare sul molo, inseguita dalle auto degli invitati, dal frastuono di un'epoca che non conosce più il silenzio.




CARNEVALE E I GIOVEDI' DELLA TRADIZIONE
pag.34

Fu un giovedì di un gelido gennaio che aveva anticipato i crudi giorni della mela. Vidi un mascherato malinconico che solitario andava su e giù per la piazza. Un giovedì. Ricordi lontani ribollirono dai crepacci del tempo; don Cocò e i cinque giovedì che precedono il Crnevale. <Il partito è accordato> diceva approssimativamente don Cocò mentre entrava, e le donne si davano da fare attorno a lui portandogli biscotti e rosolio. <Lei> diceva alla padrona di casa < invita la famiglia del giovane a far quattro salti il pomeriggio del primo giovedì, al secondo ci può essere la "spiegazione". Poi, nel giovedì dei parenti, se tutto va bene, si può fare l'entrata>. Sì, perchè i cinque giovedì che precedono il Carnevale avevano una volta, qui da noi, precise connotazioni. Il primo era chiamato il <giovedì dei vicini>, il secondo <degli amici>, il terzo <dei parenti>, il quarto <delle comari> e il quinto <il giovedì grasso o di Bellingaggio>, quando il porco faceva le spese della festa fornendo grasse salsicce innaffiate dal vino forte di Seggio. E proprio in occasione delle riunioni del giorno di mezzo della settimana, non era raro che si intrecciassero alleanze e si <accordassero>  matrimoni, per i buoni uffici di don Cocò, un paraninfo rispettato e ossequiato specie da chi aveva una figlia stagionatella da maritare, un individuo di nobile casato - secondo quanto riporta G. Asaro-, vissuto qua all'inizio del secolo, il quale, a differenza delle mediatrici di matrimoni prezzolate (era un mestiere che rendeva), svolgeva la sua missione disinteressatamente, per vocazione. Il giovedì grasso apriva ufficialmente il Carnevale. E in quella particolare giornata era lecito parlar grasso. Ricordi. Passava uno su un carretto tirato da un asino, lungo giù per tutto il corso Vittorio. Aveva in testa una <mezzapalla>, sul naso un paio di occhiali di ferrofilato e un frac che sentiva la naftalina. Il carretto sostava ogni tanto lungo il corso o nelle piazze, e l'uomo soffiava dentro una brogna annunziante, tirava su un libraccio e cominciava a declamare poesie vastase di Fudduni, di Tempio, del poeta Calvino, e ogni tanto aveva pause teatrali che venivano colmate da sonori sberleffi e dal lancio di ortaggi e arance marce. E poi passava uno a cavallo-tuba in testa e abbigliamento variopinto- con un càntaro stretto al petto, colmo di maccheroni conditi di rossa salsa, e mangiava e ne offriva alla gente-e dai balconi del corso le ragazze, costrette in casa, raffrenavano gli umori sotto lo sguardo gelido dei genitori, mentre gli spasimanti passavano lì sotto col naso in su a tentar di carpire il baluginare di una rotula se il vento smuoveva l'ombra misteriosa delle gonne.   



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LE STORIE DI GIUFA'



di Marina Di Leo

Stupido e furbo. imbecille e genio, bestia e angelo, Giufà sembra essere l'improbabile somma di caratteristiche che si negano a vicenda. Ma se fossero proprio queste palesi contraddizioni a costituire l'identità profonda del personaggio? 
E se le sue storie ci affascinassero proprio per la loro imprevedibilità? 
Districare il groviglio di ambiguità che circonda questa celebre figura della narrativa siciliana, rintracciarne origini e motivi, esplorarne le potenzialità sono i principali obiettivi di questo volume, in cui viene proposto al lettore un preciso itinerario: dalla ricostruzione dello sfondo storico-culturale alla discussione dei problemi posti dall'enigmatico personaggio, alla proposta di una chiave di lettura delle sue storie, puntualmente verificata sui testi originali. 
L'analisi si intreccia così all'antologia di aneddoti e racconti tratti dalle opere di Bonaviri, Bufalino, De Franco, Gonzenbach, Lanza, Longo, Pitrè.


(da LE RACCOLTE SICILIANE DI GIUSEPPE PITRE')


<GIUFA' E LA STATUA DI GESSO>

Si racconta che c'era una mamma che aveva un figlio chiamato Giufà. La mamma era povera. Giufà era stupido, pigro, mariuolo. Un giorno la madre, che aveva un pò di tela, disse a Giufà: <Prendi questa tela e và in un paese lontano, ma devi venderla a qualcuno che parli poco". Giufà partì con la tela sulla spalla. Arrivato in un paese , cominciò a gridare: <Chi vuole la tela?>. Le persone lo chiamavano e cominciavano a discutere:  a qualcuno sembrava grezza, a qualcuno altro cara. A Giufà sembrava che parlassero troppo , e non voleva cedere. Cammina di qua, cammina di là, entrò in un cortile, dove non c'era nessuno tranne una statua di gesso. Giufà le chiese: <La volete comprare la tela?> Ma la statua non gli dava retta. Giufà allora disse: < E' a voi che devo vendere la tela, visto che parlate poco>. Prese la tela e gliela avvolse addosso. <Domani vengo per i soldi>, concluse.
L'indomani, tornato per i soldi, Giufà non trovò più la tela. Disse allora: <Dammi i soldi della tela>. E la statua non rispondeva. Visto che non mi vuoi dare i soldi - continuò-, ti faccio vedere chi sono io>. Prese uno zappone e cominciò a colpire la statua sino a farla cadere e rompere: nella pancia vi trovò una brocca piena di soldi. Mise i denari nel sacco e tornò dalla madre. Arrivato a casa, disse:< Ho venduto la tela a uno che non parlava, ma soldi la sera non me ne ha dato. Poi ci sono tornato la mattina con lo zappone, l'ho colpito, l'ho gettato a terra e mi ha dato questi soldi>. E la madre, che era furba, gli raccomandò: >Non dire niente a nessuno, che a poco a poco ce li godiamo questi soldi>. 














I SOVRANI IN SICILIA NEL 1881:CRONACA


                  
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I SOVRANI IN SICILIA...NEL 1881


CRONICA 
per 

CASTROGIOVANNI TIPALDI


<GITA A MONREALE>  
 pag. 122




Palermo, 7.
La visita alla monumentale basilica di Monreale è fissata per le ore due.
Alle 5 i Sovrani saranno di ritorno a Palermo.

Monreale,7 ore 7 p.m.
Il tempo è piovoso. Le colline di Monreale, coperte di fichi d'India, di oliveti, di arancenti, sono di un effetto davvero pittoresco.
All'ingresso del paese è un arco trionfale di verdura con disegni di arance, Particolare eminentemente locale, Siamo proprio nel pays ou' fleurit l'oranger!
Salirono al Duomo normanno una decina di società operaie palermitane con in testa i loro gonfaloni. Il palazzo del Municipio è parato con velluto rosso. Tutti i balconi pavesati e ornati assai leggiadramente.
Cinque bande musicali alternano i loro concenti.
I Sovrani arrivano alle 3 pom. in carrozze scoperte.
Il Re Umberto è vestito alla borghese.
Smontando alla porta della Cattedrale, la Regina bacia l'anello all'Arcivescovo  che è a riceverla, con tutto il Capitolo e il clero.
I Sovrani recansi all'altare maggiore,. Il Vescovo dà la benedizione. Umberto rimane ritto, la sola Regina inginocchiasi.
Il tempio stupendo, magnifico par antichi grandiosi mosaici.
Finita la cerimonia religiosa, i Sovrani visitano le tombe dei Re Normanni.
Alle ore 4 ripartono per Palermo.
Il popolo acclamante segue le carrozze Reali. Piove. I Sovrani recansi ad un asciolvere offero Loro nella villa del conte Tasca. Durante la cerimonia, nell'interno del Duomo di Monreale, permisesi l'accesso a pochissime persone.
Palermo 7, ore 7 p.m.
Questa sera saranno invitati a pranzo alla Corte i generali e i comandanti dei corpo. Nuova serata di gala al Politeama. 
Il tempo, sempre piovoso, non permette le solite luminarie. 
Corrispondenza telegrafica da Monreale.
Monreale 7 ore 10 a.m.
La città è in festa aspettandosi l'arrivo dei Sovrani. Tutte le case sono pavesate di bandiere e arazzi. All'ingresso del paese è stato costruito un magnifico arco di aranci e di verdura con disegni di frutti .
Arriva continuamente gente da Palermo e dai dintorni. La popolazione di parco si è qui riversata. Una dimostrazione, preceduta dalla musica e dalle associazioni politiche e operaie, percorre le vie principali al grido di Viva il Re, Viva la Regina, Viva la Casa Savoia! Il Prefetto e  molte autorità verranno da Palermo prima che arrivino le LL. MM. 
Monreale 7, ore 7,30 p.m.
I Sovrani sono arrivati verso le 3. 
Malgrado il tempo piovoso, le LL.MM. entrando in città, ebbero un'accoglienza festosissima. 
Furono ricevute dal sindaco. Seggio Mirto, dalla Giunta, dal deputato Inghilleri, dal Prefetto della Provincia  e da molti cittadini di tutti gli ordini. L'immensa folla plaudente si accalcava su passaggio dei Sovrani. Dai balconi si agitavano fazzoletti  e si gettavano fiori. Acclamazioni infinite. 
Ordine perfetto.

S. M. il Re e il Duca d'Aosta vestivano la borghese. La Regina Margherita portava un abito e una sopravveste di velluto e raso colore oliva, con guarnizioni di seta e oro, e un cappello dello stesso colore con una bellissima piuma. La sciarpa era trattenuta al collo da un fermaglio di perle, e due magnifici brillanti Le adornavano le orecchie. 
Il Principe di Napoli vestiva la solita uniforme di caporale dei torpedinieri. Fu Presentato alla regina un mazzo di fiori dall'Albergo dei poveri, e un altro bellissimo del casino di compagnia Umberto. 
Le bambine del collegio di Maria , bianco vestite, e gli alunni del convitto Guglielmo, diretto dal canonico professore Maurizio Polizzi, erano schierati in doppia ala destra e a sinistra del Duomo; 
e quando alle 3e mezza i Sovrani entravano nel tempio, una fanciulla offerese alla Regina un mazzo di fiori; un'altra un album con le fotografie del Duomo e del Chiostro dei Benedettini una terza un altro bellissimo mazzo di fiori.
Le LL.MM. erano ricevute dall'Arcivescovo e dal Capitolo, Cantato il Pange-lingua e data la benedizione, le LL:MM. accompagnate da monsignor Papardo, visitarono il famoso tempio, le tombe dei due Guglielmi il Buono e il Malo, e le argenterie. L'ingresso nel Duomo fui permesso a poche persone. I Sovrani firmarono per i primi un album per gli illustri visitatori della famosa basilica. Indi guidati dal principe di Scalea, passarono a visitare il Chiostro dei Benedettini, Quivi un alunno del convitto Guglielmo declamò e presentò al Principini di Napoli un sonetto letto sontuosamente in velluto bleu, e un altro Gli regalava un album contenente le fotografie dei monumenti di Monreale. S.A.R. era visibilmente commosso  e strinse la mano ai due bravi convittori. La società dei giardinieri offerse ai Sovrani una cesta di arance, mandarini, lumie e limoni e di tutti frutti freschi. Le LL.MM., contente della lieta e cordiale accoglienza  ricevuta nella patria del Novelli, alle 4 p.m. movendo per Palermo, furono fatte  segno agli applausi calorosi e agli evviva  della popolazione monrealese. I Sovrani di ritorno visitarono la villa Tasca, che fu trovata, come è , bellissima. Animato il corso di carrozze in via Calatafimi.

Ecco il testo  del sonetto presentato a S.A. R. :

A S:A.R. il Principe di Napoli

Gli alunni del Convitto Guglielmo di Monreale


Mentre il fragor dei plausi intorno echeggia 
Su questo Monte che dai Re si appella, 
Il Genio di Savoja esulta, inneggia 
Regale Giovinetto, a la tua stella.

L'immagine degli Avi, in Te vagheggia 
Ed alla Madre tua di te favella 
Che a questa Italia ed all'antica Reggia 
Largire non potea gemma più bella

Questo grido ripete il bel paese 
Che dal sicolo Oreto al biondo Olona 
In Te saluta il glorioso Erede 

E ad affrancarlo da nemiche offese 
Tal ti prepara una gentil corona 
Qual può solo intrecciarti amore e fede.
Can. M. Polizzi



STATUTO

....Il corso Calatafimi era gremito di gente; la quale avea preso posto lungo i marciapiedi e negli spiazzi. In quel tratto del corso tra Mezzomonreale e la Rocca, dove le case son men frequenti ed i marciapiedi non sistemati del tutto, la gente si collocava su' rialti di terra, e mostrava di aver preso un'altura per goder meglio lo spettacolo.....
Il Corso Calatafimi in generale presentava un bello aspetto, e quanto più ci si inoltrava , tanto più gradito era lo spettacolo e si ripensava alla bellezza di quel lungo corso che direttamente conduce al mare.
......................

.....Ma già in Monreale moltissimi aveano preceduto il corteo reale e quella città oggi avea un insolito aspetto. All'entrar del paese era preparato un arco trionfale a stile gotico. Era di verdura ed adorno di arance e limoni. A poca distanza da esso ammiravasi un altro arco trionfale. 
....I balconi della via Pietro Novelli delle piazze del Municipio e del Duomo riboccavano di persone. Con questi preparativi Monreale manifestava il suo contento per la visita dei Sovrani. 
....allo svolto ove comincia la salita che mette a Monreale . I cavalli allentano il passo  es si sale dolcemente scoprendo man mano un immenso panorama che supera in bellezza e grandiosità tutto quello che mente d'artista  o di  poeta saprebbe immaginare. La Conca d'oro questa magica vallata dalle curve infinite presenta in un solo colpo d'occhio tutti i suoi tesori. Il cielo è coperto di nuvole grigie il tempio è piovoso il paesaggio per questo perde certamente la metà dei suoi incantesimi eppure è sempre una scena stupenda a cui non manca che un raggio di sole per diventare affascinante
...... Giù giù per la distesa degli aranceti l'occhio va sino al mare ch'è sempre azzurro sebbene il cielo sia plumbeo e alla frastagliata catena di monti che forma la cintua del golfo da monte Pellegrino al promontorio Zafferano. 
Eccoci alle prime case di Monreale .

La carrozza passa sotto  un grazioso arco di verdura .....



dal fim LA VITA E' BELLA



dal Film "LA VITA E' BELLA"  
 diretto e interpretato da Roberto Benigni


Biblioteca Comunale "Santa Caterina"