MARCELLO BUFFA


...Gli anti-ritratti 
di 
Marcello BUFFA


Dipingo ritratti solo all'apparenza tradizionali: in realtà il soggetto è frutto della fusione di due o più persone. Elaboro il bozzetto al computer partendo da foto scattate ad amici e conoscenti che incrocio tra loro  o con immagini "trovate". Cercando di fondere due esseri in un unico, mettendo insieme delle parti spesso discordanti, in realtà viene evidenziata l'incongruenza, la diversità delle persone coinvolte. Il risultato di questi congiungimenti genera esseri inesistenti, tuttavia verosimili, possibili. Questa possibilità si realizza nella nuova realtà del ritratto.
                                                                                  Marcello Buffa 


1998 - De-formazione 1 - Olio su tela 100x70

PRIMI PIANI STRETTI, FRONTALI, INTENSI. SGUARDI DIRETTI DA CUI NON SI SCAPPA, MA CHE E' DIFFICILE DECIFRARE. 
L'AMBIGUITA' CHE TRASUDA DA QUESTE TELE NASCONDE L'ARTIFICIO DI SOVRAPPOSIZIONI TRA DIFFERENTI VOLTI. 
FACCE ANONIME, IN CUI L'IDENTITA' SI DISGREGA...

1999 Il genio della lampada - Olio su tela 50x60

2000 Marcello Buffa  - "Il III° segreto di Pulcinella" - Olio su tela 120 x 90



Marcello Buffa, O della moderna metamorfosi - Davide Lacagnina

I ritratti di Marcello sono come i rospi vivisezionati da un bambino nell’ora di scienze a scuola. Incisi con il bisturi di una curiosità mai paga e indagatrice, fra i mille perché di questo mondo, sembrano messi su alla meno peggio, con grande fretta e con pezzi presi in prestito da più parti. Il dominio saldo della materia rallenta all’inverosimile ogni riflessione sulla umana natura dei suoi personaggi e così la pittura di Marcello, calda e generosa, diventa un affare serio.
Come un gioco che rincorre e acchiappa la realtà ma alla fine la baratta per una raccolta completa di figurine Panini.


Davide Lacagnina
Pensierini
NPP [non pensiamoci più]

  2000 L'Elephant prodige - Acrilico su tessuto


Identità metamorfiche per una soggettività contemporanea - Giusi Diana


A narrare il mutare delle forme in corpi nuovi mi spinge l'estro.
O dei, se vostre sono queste metamorfosi,
ispirate il mio disegno,
così che il canto dalle origini del mondo
si snodi ininterrotto sino ai miei giorni.

(Ovidio, Le Metamorfosi, Libro I)



Agli inizi del '900 un autoritratto dal titolo L'uomo pallido fece di Alberto Martini l'emblema dell'uomo moderno: "[…] di chi non ama la luce, se non artificiale, e porta l'esangue bellezza degli esseri cresciuti negli interni, degli indagatori di se stessi, degli inventori di ossessioni […]"[1] , diffondendo nella cultura simbolista, la mitologia dell'ombra e del pallore.
Un tempo infinito sembra essere trascorso tra noi e i protagonisti di quelle vicende artistiche, eppure, inaspettatamente, con le dovute distanze, la definizione ben si presta a descrivere la peculiarità delle creature "artificiali" dipinte da Marcello Buffa. Esseri ambigui che recano sulla pelle trame dolorose: segni di identità multiple e in continua metamorfosi; i cui volti, di una bellezza inquietante e malinconica, ci invitano a svelarne il mistero. Vampiri metropolitani dalla pelle d'opale, che una fredda luce da laboratorio tassidermistico rivela nella loro vera natura.
Sì, perché al di là dell'apparente realismo dei soggetti si nasconde la loro scomoda essenza di ibridi digitali.
Buffa procede, infatti, come la maggior parte dei pittori di oggi, dalla fotografia, ritraendo amici e conoscenti, e mixando, attraverso pratiche di computer graphics, le loro immagini con quelle anonime catturate dalla Rete e dal mondo della comunicazione pubblicitaria; legandole e riplasmandole, infine, in nuove identità pittoriche. Il risultato è una umanità artificiale, in cui i generi maschile/femminile si mescolano nel riassemblaggio digitale di caratteri somatici.
La riflessione sulla modificazione della dimensione "naturale" della corporeità, diventa il vero nucleo semantico dei ritratti di Buffa, muovendosi nell'ambito di ricerca legata al postorganico, in cui: "Il corpo è superficie libidinale, passing nomadico, web di differenziazione immaginaria […]"[2] L'alterazione di una realtà naturale e familiare (i volti degli amici artisti), con una realtà artificiale e spesso anonima (i volti pescati in Rete), dà origine ad una nuova e perturbante condizione identitaria del soggetto rappresentato, che mostra i segni di una "rinascita non accettata". Uno stato di coscienza "resettato", che si coglie negli sguardi di questi personaggi che sembrano chiedere all'osservatore di svelare il mistero della propria controversa identità.
In Buffa l'accento non si pone soltanto sul piano della trasmutazione corporea, ma anche su quello conseguente della trasformazione della soggettività dell'uomo contemporaneo, memore in questo della grande lezione della ritrattistica italiana.
Se l'ingegneria genetica e l'avvento delle biotecnologie, con la loro possibilità ricombinatoria, hanno alterato la realtà naturale dei nostri corpi, in che modo questo ha influenzato la percezione psichica che abbiamo di noi?
Per fornire delle possibili risposte nuove scienze sono sorte, come la "Psiconcologia" che studia le modificazioni psichiche dei trapiantati, conseguenti all'inserimento nel proprio corpo di organi appartenenti ad altri individui; ma anche la "Biometria", nata allo scopo di rendere affidabile l'identificazione degli esseri umani, sulla base di caratteristiche fisiologiche e comportamentali difficilmente modificabili (geometria della mano e del volto, conformazione della retina e dell'iride, timbro e tonalità di voce). Anche l'arte accetta la sfida del proprio tempo e attraverso la riqualificazione estetica della figura umana si interroga, più spesso con l'ausilio della tecnologia (Marcel.lì Antunez Roca, Matthew Barney e Chris Cunningham, solo per citarne alcuni ), oppure, come in questo caso, attraverso un uso sapiente del mezzo pittorico, su questa nuova ridefinizione identitaria.
L'esito spesso conduce all'alterità di un "doppio" perturbante: l'altro da sè, lo sconosciuto che si annida sotto la pelle, l' io e il suo contrario: in ultima analisi il mostro, la creatura artificiale che ha attraversato fin dall'antichità la storia dell'umanità incarnandosi di volta in volta nel mito di Pigmalione e di Galatea [3] e nell' homunculus di Paracelso, ma anche nel Golem del rabbino Jehudah Loew e nell'automa settecentesco; fino al più noto di tutti: quel Frankenstein nato nell' '800 dalla fervida immaginazione di una donna, Mary Shelley. E qui ci fermiamo, alle soglie della modernità che ha prima predetto, con il robot Maria in Metropolis di Fritz Lang, e poi in parte avverato, con l'avvento della società tecnologica, la più ricorrente e inquietante tra le fantasie umane.



NOTE:
1 Roberto Tassi, Il dominio dell'ombra, in Alberto Martini
illustratore di Edgar Allan Poe, Franco Maria Ricci,
Milano 1984, p. 42.
2 Teresa Macrì, Il corpo postorganico, Costa & Nolan, Milano,
2006, p. 20.
3 Ovidio, Le Metamorfosi, X, pp. 243-297.

 Giusi Diana

Identità metamorfiche per una soggettività contemporanea



2000 Von Angesicht zu Angesicht - Olio su tela 100x70 ognuno

 2001 La pecora nera - Olio su tela 120x90

 2003 AQ-AZ - Olio su tela 30x24

 2003 no cola - Olio su tela 30x24

2004 ad occhi aperti - olio su tela 80 x 100

2004 Attendez s' il vous plait  - Olio su tela 80 x 100

2004 Real doll - Olio su tela 80x90

 2005 Che ci faccio qui  - Olio su tela 120x160

2005 Piove sul bagnato  - Olio su tela 60x90



Marcello Buffa: più reale del reale – Marina Sajeva


Un dipinto di Marcello Buffa
Ancora una volta l’Arèa contenitoreartecontemporanea (Piazza Rivoluzione 1, Palermo) offre i suoi spazi ad un talentuoso artista palermitano. Questa è la volta di Marcello Buffa (1969) e della sua mostra dal titolo “Le sirene non si spiegano”, con la direzione di Marina Giordano, autrice del testo di presentazione, e di Giovanni Lo Verso, inaugurata il 7 aprile e che potrà essere visitabile fino al 15 maggio. Non appena entrerete nello spazio allestito, verrete presi alla sprovvista da questi volti più o meno grandi che sembrano chiamarvi silenziosamente, con la potenza magnetica dei loro occhi così reali. E’ grazie alla meticolosità della pittura di Buffa che ci sentiamo attratti da queste tele e ci diverte provare ad indovinare chi è il personaggio ritratto così familiare, così “presente”. Ma dopo il primo giro della stanza, ci assale un senso di stordimento, di sottile inquietudine: ci accorgiamo che dietro ad un volto ce n’è un altro, non comprendiamo il perché di titoli così ambigui (Obbligo di catene, Piove sempre sul bagnato, AQ-QZ). Questo senso di vertigine, in realtà, è tipico di una pittura marcatamente iperrealista come quella di Marcello Buffa, il quale riprende da tale filone artistico, per esempio, l’ausilio del mezzo fotografico e l’inconfondibile messa a fuoco esasperata.

Non sappiamo quanto premeditato e fedele sia il rimando ad artisti iperrealisti come Chuck Close o Richard Estes; importante resta il fatto che il risultato dell’artista palermitano sia originale e di impeccabile fattura; interessante, inoltre, appare il suo modo di coniugare la veridicità fotografica dei volti ritratti con l’astrazione quasi onirica degli sfondi delle tele, così sfumati e rarefatti, che ricordano un po’ le atmosfere da realtà virtuale. Non per nulla queste tele giocano sul binomio reale-virtuale, tanto ricorrente nelle tecnologie di ultima generazione, “…simbolo dell’artificialità che imprime il suo segno contemporaneo, simbolo di un trasformismo che diviene stile di vita” (Francesca Alfano Miglietti). Dunque, quando lo stordimento e la paura di sentirsi osservati da quei volti così incredibilmente “umani” vanno scemando, rimane la soddisfazione di vedere una pittura veramente al passo con i tempi, capace di insegnarci quanto di interessante e di insondato ci possa essere negli occhi, nel naso, nelle rughe, di ognuno di noi.
  
Marina Sajeva
Marcello Buffa: più reale del reale
Giornale di Sicilia
12 Aprile 2005

 2007  I cowboy aspettano in cortile - Olio su tela 50x40

2007 Il vanto delle sirene  - Olio su tela 160 x 120


Dieci attimi fotografati, dipinti, segnati - Geraldina Cipolla

Dal 10 novembre al 15 dicembre 2007 gli spazi espositivi della Galleria Nuvole Incontri D'arte di Palermo si sono trasformati in dimora per dieci strani inquilini, dieci ospiti di identità segreta e misterioso aspetto. Sono i volti Anonimi e Contrari (questo il titolo della mostra) di Marcello Buffa.
Marcello Buffa, diplomatosi in Scenografia presso l'Accademia di Belle Arti a Palermo, da anni persegue con costanza e caparbietà un'indagine attenta alla fisionomia umana. Questi dieci lavori sono l'ultimo approdo di una ricerca artistica che individua nel volto il luogo privilegiato per smascherare le contraddizioni, gli opposti, e le incongruenze che convivono nell'uomo contemporaneo, rendendo fragili le identità, tortuosi i percorsi di accettazione.
Basta incrociare lo sguardo di una di queste dieci creazioni/creature di Buffa per prendere parte al gioco dei contrari e dei rimandi messo in campo dall'artista. La natura di questi volti risulta dall'incontro di due poli opposti: il reale ed il virtuale. Come spiega Giusi Diana, autrice del testo in catalogo, […] "al di là dell'apparente realismo dei soggetti si nasconde la loro scomoda essenza di ibridi digitali." Infatti, alla base del lavoro di Buffa, vi sono sia foto di amici e familiari sia anonime fisionomie tratte a caso dal grande mondo di Internet. Grazie all'impiego dei più moderni programmi di grafica avviene la fusione dei vari tratti somatici in un'unica immagine. Passaggio ultimo di questo procedimento è la fedele conversione dell'immagine digitale in un olio su tela, realizzato mediante un uso sapiente del tradizionale mezzo pittorico. Il risultato è un volto, nato dalla fusione di diverse fisionomie, che non appartiene a pieno titolo al mondo del reale, ma non nasce esclusivamente da quello virtuale. Buffa in questo modo cela, dietro l'apparente completezza di questi visi, la complessità che li costituisce, i mille pezzi nascosti e ben assemblati che li compongono. Il momento artistico non si limita solo ad una rappresentazione realistica del volto umano, anzi è proprio l'estrema precisione tecnica, sia nell'uso del computer sia in quello della tavolozza, a scalfire il realismo di queste maschere. Il gioco dei contrari è messo in moto dal confronto diretto che lo spettatore ha con questi sguardi misteriosi ed intensi, disposti, per volontà dell'artista stesso, su diverse altezze, in modo da dare maggiormente l'idea a chi li guarda di vivere un reale incontro: si osserva l'altro, mentre si è osservati. Un faccia a faccia a cui rimanda, forse non a caso, il titolo di un'importante personale che Buffa ha tenuto in Austria nel 2000 (Von Angesicht zu Angesicht). In un tempo sospeso, di misteriosa attesa, osserviamo questi volti contrari, ripresi da una macchina fotografica e dipinti davanti ad un cavalletto, di natura insieme umana ed umanoide, di unico genere: maschile e insieme femminile. Creature anonime senza data né luoghi di nascita ci osservano come possibili solutori del loro enigma identitario. E se d'istinto, la nostra attenzione cade sui titoli delle opere, questi si svelano parte del gioco di contrari e di rimandi: esasperano, anziché risolvere, il dramma dell'anonimato dei volti. Buffa si diverte a nascondere, nei titoli, messaggi da interpretare. Incontriamo ancora una volta contrari associati, come "miele amaro", o storpiature d'immagini classiche: "il vanto delle sirene" e "il sorriso dell'ignobile marinaio", omaggio ironico ad un più celebre volto di incerta identità. In altri casi, è addirittura possibile trovare nei titoli le confessioni nascoste di un intento artistico. Mi accorgo, per caso, che "Qualcosa di buono che verrà", titolo di uno dei dieci volti di Buffa, è anche il verso di una canzone di Ivano Fossati: C'è un tempo d'aspetto come dicevo/ qualcosa di buono che verrà/ un attimo fotografato, dipinto, segnato/ e quello dopo perduto via/ senza nemmeno voler sapere come sarebbe stata/ la sua fotografia. Difficile crederlo un riferimento fortuito.

Geraldina Cipolla
Dieci attimi fotografati, dipinti, segnati
Echi d'Arte - numero 4 -Dicembre 2007



Gli anti-ritratti di Marcello Buffa approdano, in quest'ultima fase della sua produzione, a una significativa intensità espressiva. Le vibrazioni liquide emanate dall'impasto cromatico sembrano corrispondere a un movimento sottile che arriva dal fondo dell'anima. Anime catturate con l'occhio di una fotocamera  o nel caos della rete, poi sovrapposte con un morphing digitale che altera il soggetto e ne restituisce l'ombra, l'intuizione. L'artista prosegue la sua ossessiva carrellata di volti-tutti frontali, tutti in primo piano-spingendo in avanti una ricerca indirizzata da anni alla rappresentazione della dis-identità.
Se l'origine del processo creativo sta nell'immagine artificiale, l'approdo è pittorico, nel senso più tradizionale del termine. Buffa è un pittore-pittore, uno che col colore non imita la fotografia, nè i pixel dello schermo, nè l'estetica televisiva. La sua è una pittura che cerca la verità -o meglio, l'ambiguità- del corpo, la sua concretezza fatta di oscillazioni, di soglie identitarie. Che siano fotografie di amici o facce qualunque rubate al caos immateriale del web, i soggetti di queste tele vivono un costante tradimento, affondando in una banalità che li sgretola a ogni sguardo, a ogni pennellata, a ogni nuovo passaggio combinatorio.
Pur non rivelando ancora un segno stilistico radicale o particolarmente innovativo, al figurazione di Buffa raggiunge un buon impatto emotivo. Il senso dello straniamento diventa a volte inequivocabile, potenziato dai titoli volutamente incongrui e fortemente narrativi. Le opere più efficaci (Il sorriso dell'ignobile marinaio, I cowboy aspettano in cortile, Lo sguardo del pellegrino) testimoniano un'evoluzione tecnica che è anche parallelamente, contenutistica. La raggiunta fluidità del gesto, in certi casi supportata da cromatismi essenziali e algidi, ben traduce il senso di sospensione di questi volti, concepiti come articolazioni di carne e pelle, concentrazioni fisiche di essenze spirituali non ben identificate. I pezzi meglio riusciti sono quelli che annegano nel neutro, quelli che nel tepore della materia pittorica svelano la freddezza dell'indeterminato. Organismi mutevoli rivitalizzati da sguardi  opachi, facce che trapassano e non dicono. Là dove invece il pittore palermitano perde smalto, è quando indugia nella ritrattistica pura, nella ricerca della somiglianza, nel diletto compositivo di figure da fondere accuratamente. Certe tele sfiorano così l'ovvietà dell'approccio mimetico e della forma chiusa, rimanendo ancora succubi di facili pose ed evocazioni mediatiche.
Il lieve afflato malinconico che arriva da questi primi piani è il segno silenzioso di un "distacco": l'allontanamento dal sè equivale a quello smarrimento di chi non sa dove si trova e che cosa sta guardando. E' allora il senso della perdita la cifra più interessante di una ricerca che approssima a una maturità stilistica e concettuale. 

Helga Marsala





Le sirene non si spiegano – Marina Giordano


Lo sguardo dell’immagine è un colpo d’occhio della libertà, che ci fa segno.
Essa dice: “Vieni fuori!”
 Günther Wohlfart

Marcello Buffa (Palermo, 1969) presenta in questa mostra una galleria di ritratti, la maggior parte dei quali del tutto inediti, dove mescola fisionomie riconoscibili di persone appartenenti al suo vissuto a volti tratti da immagini pubblicitarie o televisive.
Egli incrocia sguardi, nasi, bocche fondendoli, tramite una pittura lenta, meticolosa, accurata, in nuove identità composite, di cui solo dopo un’attenta analisi riusciamo a scorgere, dietro l’apparente omogeneità, le minime incongruenze. Insinua, così, all’interno di ogni ritratto, un sottile senso di inquietudine, di instabilità, come se da un momento all’altro i personaggi dovessero scoprirsi e gettare la maschera.
L’ambiguità domina anche il titolo della mostra, tratto da uno dei quadri esposti, giocato sul non-sense e che si presta a più chiavi di lettura: Buffa sceglie forse questa dimensione discreta, senza ‘sirene spiegate’ per la sua pittura paziente, apparentemente semplice, che ha abbandonato le pennellate irruenti, silenziosa, come a volte è lui, ma che invece sa essere fortemente destabilizzante. Come il canto delle sirene ti incanta, non sai resistervi e non te ne spieghi nemmeno il perché, così l’occhio, quasi senza accorgersene, rimane rapito dal magnetismo di sguardi e atmosfere che emanano dalle sue tele, dai visi solo all’apparenza familiari e amicali, che possono rivelarsi, dopo un attimo, minacciosi.
Quello della contaminazione-alterazione dei volti è sempre stato il punto focale della ricerca di Marcello Buffa, come testimoniano i suoi quadri degli anni Novanta. Pur rimanendo legato a questo aspetto del suo lavoro, ha via via sottoposto le immagini a un processo di graduale raffinazione, passando dai toni della deformazione grottesca, aggressiva, irrisoria, alla destabilizzazione ottica, allo straniamento silenziosamente e invisibilmente ipnotico, dall’incubo all’allucinazione.
I suoi ritratti ci fanno riflettere su come sia impossibile incasellare le persone che ci circondano, e in primo luogo noi stessi, sotto un’unica etichetta, restringere caratteri, personalità, animi, temperamenti nei limitanti confini di un tipo. Ognuno di noi può avere in sè la fisionomia di Antonio e la bocca di Piero, gli occhi di Sarah o l’ovale di Stefania, come può essere un ingenuo o un perfido, una luce o un’ombra, un angelo o un demone.
Con le loro luci fredde, con i loro paesaggi stranianti dove con difficoltà riconosciamo una strada, una metropoli, un’architettura moderna o una folla sfocata, ci conducono a ragionare anche sull’identità mutante dell’uomo di oggi, alterata da modificazioni e manipolazioni, in cui è difficile cogliere l’essere di ognuno dietro modelli sempre più simili di pettinature, di forme di nasi e bocche, come tanti replicanti alla Blade Runner...
Come nel caso dei personaggi del celebre film, guarda meglio questi visi ingranditi, scruta meglio tra le pieghe dei loro volti e nel profondo dei loro occhi... noterai le anomalie, stenterai a riconoscere chi ti sembrava familiarmente conosciuto. Stai all’erta, guardati alle spalle....la minaccia dell’altro a volte non giunge a sirene spiegate, ma nel silenzio di un’ambiguità.

Marina Giordano

Le sirene non si spiegano






Il gioco delle identità - Laura Di Trapani

Matericità pittorica, studio dei volti originano il terzo essere

Un volto emerge da un magma di colore, un volto segnato, disegnato e rappresentato nelle sue molteplici sfaccettature. Convulsi, nervosi, doloranti, stupiti, maliardi, inerti. Tanti modi d’essere, tante personalità, tanti sentimenti, racchiusi in un unico. Si ritrovano in un laboratorio-atelier, dove Marcello Buffa li amalgama, dando come risultato una nuova identità. Il gioco di questi esperimenti di pittorica ingegneria genetica fanno apparire il terzo, il nuovo, la differenza amalgamata tra i due iniziali soggetti. Si tratta di un lavoro scientifico, ritratti fotografici di amici o estrapolati da pubblicità, adoperati come strumento al servizio della pittura. Una pittura modernamente fotografica, dove non si percepisce nell’immediato lo studio delle differenze d’identità. Appare una persona irreale nella sua unicità, appartenente ad un tempo e ad uno spazio esclusivamente pittorico, che presenta a volte la fusione di una duplicità sessuale. Componente sostanziale è il fattore luministico, estremamente curato dall’autore. Fasci di luce alternati a sprazzi d’ombre sottolineano abilmente l’espressione. Una luce che si differenzia e che si lega al luogo d’appartenenza, suggestiona il ritratto. Un fascio luminoso freddo gelido di Aosta raggela un dorato "Miele Amaro", alla luce artificiale dello studio di Monreale corrisponde un’intensificarsi della drammaticità di un volto femminile dalla mascella fortemente serrata delle "Guerre pudiche", e la fissità dello "Sguardo del Pellegrino" è immerso in un intenso azzurro mare di Cefalù. Incuriosisce questo gioco d’identità, incuriosisce l’alter ego che ognuno di noi possiede e che a volte nasconde per paura di quello che può vedere. Così Marcello Buffa lo cerca, lo fonde per mostrare angoli reconditi di un’inesistente realtà interiore.


Laura Di Trapani
Il gioco delle identità
Kaffè - Anno 2008 - n. 03



2009 Gianluprince  - Olio su tela 40x32

2010 Lo snobismo di Venere  - Olio su tela 60x80

2012 Il cattivo esempio  - Olio su tela 130x100



Oltre, indagine della dimensione metafisica nell’arte del XXI secolo - Cesare Biasini Selvaggi

Ogni suo lavoro è il prodotto di una sintesi, compiuta attraverso un procedimento informatico, di una galleria di volti del presente, sottratti ai suoi inconsapevoli modelli in momenti diversi della quotidianità. La fase finale approda sulla tela, dove la sapiente perizia di Buffa restituisce alla creazione l’antico segreto della tecnica pittorica e ai volti rappresentati una, nessuna, centomila anime che provengono ad intermittenza dall’inconscio. La ricerca dell’identità ideale a cui volge Buffa, con esiti talvolta iper-realistici, costituisce un ribaltamento della lezione di Domenico Gnoli, dove la negazione dell’identità si cristallizza attraverso la rappresentazione dell’umanità per frammenti irricomponibili. Buffa dipinge una realtà poliedrica, un vero e proprio puzzle esistenziale che si ri-struttura a ciclo continuo, dove la fuga dello spazio diviene leitmotiv comprimario. Ogni ritratto di Buffa svela una complessa stratificazione di umanità sottostante. Ogni opera sembra esortare lo spettatore a guardare al di là delle illusioni della forma esteriore, per cogliere, anche se in un’istantanea, il vero volto di ognuno di noi oltre il velo delle apparenze. Apparizioni del reale oltre il reale che ci restituiscono un’immagine del tempo, di quello passato e di quello presente con incursioni nel prossimo futuro. Volti isolati indagati nel dettaglio che assumono vero senso di identità solo nella loro atmosfera di presenza-assenza di eco dechirichiano prima, e surrealista poi.

Cesare Biasini Selvaggi
Oltre

 indagine della dimensione metafisica nell’arte del XXI secolo 


2013 Per quanto scura la notte, è passata  - Acrilico su tela 200x150



2014 Ovunque proteggi - Acrilico su carta geografica 200x150


Marcello Buffa Anonimi e contrari - Angelo Luca Pattavina

"Il volto umano non mente mai: è l'unica cartina che segna tutti i territori in cui abbiamo vissuto". Forse avrebbe qualche difficoltà Luis Sepulveda se andasse a vedere l'ultima mostra di Marcello Buffa. Perché i volti che lo circonderebbero sono cartine che segnano territori che non hanno mai vissuto. Sono volti che non hanno identità, o forse ne hanno due, o forse una che attinge all'una e all'altra di cui sono composti. O forse niente di tutto ciò. Dipende dal rapporto che si ha con quei volti. Dipende dalla disposizione a svelarne il mistero. O a lasciarsi ingannare. "Identità metamorfiche per una soggettività contemporanea", li riassume così quei volti Giusi Diana nella sua presentazione in catalogo di "Anonimi e contrari", la personale di Marcello Buffa allestita presso la Galleria Nuvole di Palermo. Dieci volti che nascono da un'ibridazione digitale, attraverso la sovrapposizione di due volti (uno di un amico/a e uno trovato in internet) che vengono successivamente trasposti con una pittura intensa e pulsante di olio su tela. Un progetto che può avere diversi livelli di lettura e interpretazione. Il suo non è né morphing in fase di combinazione grafica digitale né iper-realismo in fase di trasposizione pittorica (per favore, non inquadratelo in correnti che non sente propriamente sue). Un progetto che va avanti da anni. Un'indagine sul volto, sull'espressione, sul mistero dei nostri tratti, sui piccoli dettagli che ci rendono simili e diversi gli uni dagli altri, sull'ibridazione dei generi (maschio-femmina) sulle molteplicità e sulle mutazioni. Una nuova ri-definizione identitaria che non può essere disgiunta dalla potenza evocativa dei titoli che accompagnano ogni personaggio della galleria: "Miele amaro", "In anticipo sul tuo stupore","Il vanto delle sirene", "Il sorriso dell'ignobile marinaio", "Qualcosa di buono che verrà", solo per citarne alcuni. Sguardi sconosciuti e affascinanti, familiari e inquietanti, un binomio reale-virtuale che ha come risultato quello di lasciarci straniati, attratti e respinti da queste fisionomie che nascondono perfettamente la loro vera essenza di ibridi digitali.
Dietro l'opera di questo novello dottor Frankestein contemporaneo c'è un artista palermitano, classe 1969, diplomato in Scenografia presso l'Accademia di Belle Arti del capoluogo siciliano, con all'attivo diverse partecipazioni ad eventi locali, nazionali e internazionali. Marcello Buffa, infatti, ha preso parte alle prime tre edizioni della rassegna artistica "Il Genio di Palermo" ed ha esposto presso Zelle arte contemporanea, la Galleria 61, Arèa Contenitore Arte Contemporanea, Palazzo Ramacca, al Castello dei Ventimiglia di Castelbuono, alle Gallerie Tondinelli e Le Pain Quotidien di Roma; nel 2000, inoltre, ha realizzato in Austria la personale "Von Angesicht zu Angesicht" presso la J.F. Weishäupl Galerie di Bregenz e nel 2003 è stato invitato a partecipare alla IV edizione del Premio Cairo.
Un percorso artistico che lo porta oggi ad esporre in uno degli spazi più attivi del capoluogo palermitano, quella Galleria Nuvole sempre molto attenta agli artisti contemporanei (Marina Sagona, Martin Emschermann, Antonietta Raphaël Mafai, solo per citare quelli ospitati nel 2007) oltre che alle problematiche sociali locali (non a caso, infatti, la Galleria, anche se a due passi dalla Cattedrale e ospitata nel settecentesco Palazzo Patricolo, ha sede nel quartiere popolare del Capo dove cerca di svolgere un'attività di educazione sociale attraverso la proposizione di laboratori artistici e progetti culturali).
Anonimi e contrari. Conosciuti e sconosciuti.
Credo che le presentazioni siano sufficienti.
Adesso, se ce la fate, pensate ad una persona che non conoscete. E se non ci riuscite andate a vedere la mostra. Forse la troverete lì.

Angelo Luca Pattavina




A proposito di... - a cura di Alessandro Lo Cascio e Giorgia lo Piccolo

Si è parlato fin troppo di una perdita d’importanza della pittura. In una contemporaneità che vede il prevalere di mezzi a-tradizionali, come avverti il ruolo della pittura oggi? Da dove provengono le tue scelte di fare arte e di fare pittura?

Perdita d’importanza? Forse perdita di "charme", alcune tecniche sono decisamente alla moda, alte no. Ma la pittura non perde d’importanza. Non tendo a fare classifiche tra le varie forme d’arte, ognuno utilizza il mezzo che ritiene più opportuno. D’altronde non credo che sia più moderno andare in macchina piuttosto che in bici, o che il camminare abbia perso d’importanza con la nascita del motore a scoppio. È necessario utilizzare una tecnica contemporanea per riuscire a dire qualcosa di contemporaneo?
Non ricordo quando ho scelto, se ho scelto, di fare arte. Magari quando a scuola la maestra mi ha chiesto cosa vuoi fare da grande ed ho risposto il pittore, poi ho continuato per testardaggine più che per coerenza.


È un caso che un’ampia parte della produzione artistica in Sicilia, nell’ultimo ventennio, si sia sviluppata tramite la pittura? Seppur attraverso percorsi in alcuni casi molto distanti, quanto è stato determinante, secondo te, il contesto territoriale in questo senso?

Magari c’è qualcosa nell’acqua.
Forse in Sicilia ha senso mettersi in gioco cercando di essere contemporanei senza dover far ricorso ad effetti speciali. La pittura è una pratica solitaria, ma anche per chi dipinge è importante avere persone vicine con cui confrontarsi, gli incontri e anche gli scontri influiscono. Poi per chi inizia a dipingere conoscere e osservare chi già lavora serve da stimolo e può essere da incoraggiamento. A me è successo così.


Spesso si riscontra nei pittori una concentrazione sulla tecnica, sui mezzi espressivi e una minore attenzione sulle motivazioni profonde che conducono alla scelta di un soggetto, sui contenuti, su un eventuale messaggio o contenuto critico. Condividi questa osservazione? Riscontri anche tu questo tipo di atteggiamento? Ti sentiresti di darne una personale interpretazione?

Non credo che concentrarsi sulla tecnica precluda il riflettere sui contenuti dell’opera, la tecnica è essa stessa un contenuto, sia quando è raffinata sia quando è volutamente poco curata. L’errore è mettere sullo stesso livello tutte le "immagini", pittoriche, fotografiche e quant’altro, non sempre i contenuti intrinseci della pittura vengono colti dai fruitori dell’arte. Personalmente impiego più tempo nell’ideazione dell’opera che nella realizzazione, utilizzando il computer per fondere diverse immagini prima di passare alla pittura che rimane comunque il necessario punto di arrivo.


Quanto è importante avere delle gallerie o dei critici a cui fare riferimento ed essere ben presente nei centri nevralgici del sistema dell’arte? Come ti poni, in riferimento a quest’aspetto, rispetto alla realtà palermitana?

Il sostegno critico e le operazioni che riguardano la promozione e la divulgazione dell’arte sono molto importanti se si vuole che il proprio lavoro circuiti il più possibile. Palermo è ancora un po’ troppo periferica rispetto al sistema, anche se , diversamente ad altri luoghi, c’è attenzione da parte della critica. Ultimamente alcune iniziative private hanno preso forma ma a farla da padrone sembra essere sempre il sistema pubblico.


Quali sono le tue aspettative e quali pensi che siano quelle dell’arte nel prossimo futuro?

Proverò a smettere di dipingere e aprire un bar in un isola dei mari del Sud. L’arte sarà contenta di non avermi più tra i piedi!


a cura di Alessandro Lo Cascio e Giorgia lo Piccolo
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Meridiani paralleli