AMELIA CRISANTINO


A M E L I A   CRISANTINO





Fiabe Siciliane
Dalla raccolta di Giuseppe Pitrè
Monreale

12 Dicembre 
APPUNTAMENTO 
alle ore 18,00 
ex Monastero dei Benedettini



                                                                     dal quotidiano La Repubblica 



IL RESTYLING DI PITRE'
LE FIABE SICILIANE
RIVEDUTE E CORRETTE
di Salvatore Ferlita


Una madre vedova ha tre figli: due femmine, che filano con lei, e un maschio. Si chiama Peppi e non ha un lavoro. Un giorno, stanco di non sapere come buscare il pane, saluta affettuosamente la madre per andarsene spesso per il mondo e cercare un lavoro. L'allontanamento da casa innesca una serie di avventure e disavventure: Peppi trova un lavoro che gli consente di sfamarsi. Ma poi non gli basta il pane messo a sua disposizione pure in abbondanza: ha bisogno di denaro e le cose cominciano ad andare per il verso giusto, ma fino a un certo punto. Si tratta di una delle più note fiabe siciliane allineata da Pitrè nella sua monumentale raccolta di novellistica popolare come scrisse più volte Italo Calvino. Una fiaba che Amelia Crisantino ha selezionato, assieme ad altre, traghettandole dal dialetto siciliano dell'Ottocento alle sponde di una lingua italiana cristallina e felicemente affabulatoria. Il risultato di questa operazione è il volume uscito in questi giorni per i tipi di Di Girolamo, "Fiabe siciliane. Dalla raccolta di Giuseppe Pitrè"  con cui l'editore trapanese sarà presente alla fiera internazionale del libro di Francoforte. Torniamo a Peppi. La fiaba inizia con la sua scelta di andare in cerca di fortuna, di perdersi per il mondo. Insomma Peppi è un picciotto che deve emigrare per affermarsi. Questa condizione di partenza, sono parole di Calvino, concide con la condizione obbligatoria del proletariato meridionale, dell'emigrante. Siamo in presenza di un racconto realistico, di realismo del Sud, che poi vira in direzione del picaresco, dell'avventuroso: per ottenere la mano della principessa. Peppe deve superare diverse prove. In soccorso gli viene un bue, che a un certo momento viene ucciso in modo sacrificale. Si tratta di un mito regressivo, si chiede Calvino, di restaurazione, oppure si tratta del mito profetico di un nuovo patto con gli elementi? Peppi infatti chiederà un favore direttamente al Sole. Da un racconto che sembrerebbe di due soldi si irradia una potenza ermeneutica spiazzante, che consente di riavvolgere il nastro della mitologia isolana, o anche di scompaginarlo. Da questa intuizione ha probabilmente preso le mosse Amelia Crisantino per dar forma a questa raccolta, provando a ridare linfa alla scrittura di Pitrè, pensando magari a un pubblico di giovani lettori, da mettere al riparo dal profluvio disneyano di principesse e principi. Ma anche gli adulti non saranno delusi, dal momento che potranno rendersi conto della varietà dell'universo novellistico, di certe sfumature politicamente poco corrette. Come quelle che riguardano l'universo femminile: basti pensare a "Caterina la sapiente", in cui <le ragazze - scrive la Crisantino - distanziano l'uomo che, nel vano tentativo di sottometterle, si rifugia nel suo ruolo socialmente riconosciuto. Per non dire che la più dotata narratrice orale dalla cui viva voce Pitrè registrò i suoi testi fu Agatuzza Messia, bambinaia e probabilmente balia del medico. Colei che mi vide nascere e mi ebbe tra le braccia come egli stesso ebbe a scrivere:  Il raccontare fiabe è stato per secoli un'arte femminile, e talvolta convoglia uno spirito di rivincita delle donne verso il predomino maschile, chiosò il solito Calvino: da leggere questo proposito è "La pancia che parla". Ora che la Crisantino ha prestato la sua voce a queste storie, il cerchio si chiude. In nome, verrebbe da dire, in onore delle donne.


PRESENTAZIONE LIBRO

L'AMMINISTRAZIONE COMUNALE 
OSPITA LA SCRITTRICE MONREALESE AMELIA CRISANTINO NEGLI SPAZI SUGGESTIVI DELL'EX MONASTERO DEI BENEDETTINI PER LA PRESENZIONE 
DEL SUO LIBRO"FIABE SICILIANE".
L'ASSESSORE LIA GIANGRECO HA PATROCINATO L'EVENTO CULTURALE, AL FINE DI PROMUOVERE E VALORIZZARE LE RISORSE UMANE DEL TERRITORIO, NEL CASO SPECIFICO, LA PROF.SSA CRISANTINO CHE HA DATO UN'ULTERIORE SAGGIO DEL SUO AMORE PER LA SICILIA E PER IL NOSTRO TERRITORIO 






La scrittrice Amelia Crisantino


RITROVARE LE FIABE
Per la prima edizione delle Fiabe novelle e racconti, nel 1875, la Gazzetta di Palermo scriveva: Il dottor Pitrè ha pubblicato quattro volumi di porcherie. Molto tempo dopo, lo stesso Pitrè avrebbe ricordato quei clienti rispettabili che gli chioedevano come mai si fosse persuaso a diffondere pagine così imbarazzanti: era un medico, curava le loro figlie. Perchè si metteva a correre dietro storie di mammedraghe e principesse incantate? Nel 1875 il palermiatno Giuseppe Pitrè aveva 34 anni e con fervore si dedicava a edificare la "demopsicologia", la nuova scienza da lui stesso battezzata che aveva il compito di studiare la psicologia del popolo: come ogni psicologia che si rispetti, anche quella del popolo era da rintracciare con un paziente lavoro di scavo. Bisognava fare in fretta, prima che l'accellerato scorrere del tempo cancellasse la memoria e con essa ogni traccia di un'esistenza diversa. Giuseppe Pitrè sentiva la rewsponsabilità storica della sua missione ed era esigente con se stesso. Come programma di vita aveva scelto una massima operosa, nulla dies sine linea: nessun giorno senza scrittura, senza avere lavorato a un tassello, del grande mosaico. Era uno studioso in tutte le sue fibre, ma per vivere faceva il medico e aveva un'incredibile capacità di lavoro che lo avrebbe sorretto per tutta la vita. Anche la carrozza che lo portava dai suoi pazienti era ingombra di fogli e taccuini d'appunti: c'era sempre un libro a cui stava lavorando, sempre incalzato dall'urgenza di registrare il patrimonio cultutrale del popolo prima che svanisse. La sua prima pubblicazione risaliva al 1863, quando ad appena ventun anni aveva pubblicato il Saggio d'un vocabolario di marina italiano-siciliano; nel 1870 lo troviamo segretario della "Società per gli studi del dialetto siciliano" e nel 1871 debutta la Biblioteca delle tradizioni popolari che avrebbe chiuso le sue pubblicazioni col volume numero XXV, nel 1913. I quattro libri delle fiabe che costituiscono i tomi dal IV al VII e, come tutti gli altri, danno voce a una Sicilia inedita e per qualche verso poco rassicurante, che promette di avere in serbo molte sorprese.
Pitrè inseguiva il tesoro di una sapienza antica e profonda ma, come accade quando si va alla ricerca dell'inconscio, non sempre quanto emergeva era in linea con le attese "politicamente corrette" dei suoi lettori. Nel 1875 le ricerche sulla cultura popolare avevano assunto una valenza addirittura politica perchè, nello Stato da poco compiuto, la Sicilia costituiva già un'emergenza e in tanti si interrogavano sulla sua diversità. A Palermo c'erano state prove plateali di disaffezione, come la rivolta del settembre 1866 col suo seguito di Commissioni d'inchiesta, scandali, leggi speciali per un'isola sempre riottosa. Di lì a poco sarebbero arrivati Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino, a indagare le radici storico-sociali della violenza diffusa e della mafia; nel marzo del '75 Pasquale Villari aveva inviato la prima delle Lettere meridionali, sulla camorra, che nel segnare la nascita del meridionalismo tracciava un ritratto drammatico e completamente diverso dall'oleografia tradizionale sul Sud d'Italia. Quindi il folklore non era un campo neutro, le tradizioni non avevano tutte la stessa dignità. Potevano nutrire l'evolversi di una collettività povera ma ben avviata verso territori infidi, difficili da assimilare per uno Stato che voleva dirsi moderno. I folkloristi si sentivano in prima linea nel difendere l'onore della patria siciliana. Non appena Costantino Nigra, studioso di canti popolari piemontesi, constatava che il Meridione aveva prodotto solo canti lirici e che mancava di una tradizione civile, ecco che nelle vesti di abile falsario Luigi  Capuana provvedeva a ritrovarne addirittura centinaia: poi pubblicati da LionardoVigo nelle sue Raccolte e utilizzati per rivendicare alla Sicilia un primato civile oltre che linguistico. I contenuti della "patria siciliana" erano infatti sempre eccelsi anche se appena inventati, senz'accorgersi che così-invece di superarle-aumentavano le distanze. Del tutto diverse sono le esigenze da cui muove la ricerca di Pitrè, che si propone di registrare la voce del popolo con scrupolosa fedeltà. Lo studioso è attento a ogni aspetto, nei quattro volumi delle Fiabe sorveglia soprattutto la lingua adoperata. Pitrè intuisce che la lingua è parte essenziale del patrimonio culturale del popolo, che i nomi hanno la stessa dignità degli oggetti e sono anch'essi vivi e fragili: amorosamente affannato li fotografa in tutte le loro varianti, annota le differenze fra le parlate, s'ingolfa nei riscontri fra le diverse versioni di una stessa storia, ha come sommo desiderio il riuscire a codificare una grammatica siciliana e teme solo le oscenità, che in maniera violenta svelano l'irriducibile essere "altro" della mitizzata cultura popolare. Le Fiabe sono frutto del momento storico in cui vengono pubblicate, quando alla lingua e alle tradizioni è affidato l'impegnativo compito di favorire la lnascita delle diverse identità nazionali. Nel 1812 era stato pubblicato il primo volume della raccolta dei fratelli Grimm, la loro Prefazione iniziava con la malinconica constatazione che "forse era arrivato il momento di metterle per iscritto; coloro che devono conservarle, infatti, si fanno sempre più rari": parole da cui affiora un sentimento di precarietà comune a tutti gli studiosi di tradizioni popolari. Ispirato dai fratelli Grimm, nel 1850 Alexander Afanasyev cominciava il censimento dell'enorme patrimonio di fiabe e racconti popolari russi. La Sicilia aveva avuto la sua prima raccolta per iniziativa di una donna. Tra il 1868 e il 1869 Laura Gozenbach, nata a Messina da una famiglia svizzera trapiantata in Sicilia al seguito del padre agente di commercio tessile, aveva raccolto novantadue fiabe pubblicate nel 1870 a Lipsia, in una versione tedesca da lei stessa curata e con le sue ultime due in dialetto siciliano: erano le fiabe della sicilia ionica, la sua fonte erano state le donne che prestavano servizio nelle case della ricca comunità straniera. Dunque anche il popolo siciliano aveva mostrato d'essere protagonista del folklore, ma nel 1875 le Fiabe raccolte da Pitrè non piacquero-almeno in Sicilia-perchè risultavano inadeguate alle urgenze ideologiche di queglia anni: mostravano troppo e al contempo non abbastanza, spesso mancavano di una morale socialmente accettabile e non erano edificanti. Tutte cose che non c'era alcun bisogno di "mettere per iscritto", visto che sembravano inventate apposta per dare ragione alle critiche sulla pochezza morale della società siciliana. Pitrè era in fondo un outsider, circostanza che ci riconduce alla scarsa fortuna di uno studioso che ha fotografato la Sicilia come nessun altro, che è stato onorato nelle dichiarazioni d'intenti ma poi ignorato: dai difensori dei molteplici primati isolani perchè non allineato, da altri per certe ingenutià. Come quando si produsse in un colorito ritratto del prototipo del mafioso, quasi fosse un tizio a metà fra il guappo e il paladino, fornendo un'autorevole definizione minimizzante a molteplici pretesi seguaci in malafede. Tranne pochissime eccezioni, come la storia di Colapesce, le sue Fiabe sono state dimenticate per ignavia o per oscuro riflesso istintivo. Hanno avuto un momento di gloria intorno al 1955, quando sono state un magnifico terreno di caccia per Italo Calvino che nelle Fiabe italiane le ha valorizzate: ma troppo spesso il grande scrittore ha lasciato spazio al mestiere, finendo per riscriverle. Le fiabe che qui si pubblicano sono solo una parte delle "tradizioni" raccolte da pitrè, altre che per problemi di spazio non vengono inserite sono altrettanto belle e significative. Le ho scelte senza essere sorretta da competenze specialistiche, lasciandomi condurre nell'universo della narrazione orale dove la magia è di casa. La loro tradizione dal sicilaino del 1875 ha posto un problema di lingua e di stile; ho cercato di essere fedele ma senza tentare alcuna operazione filologica, di mantenere la cadenza del parlato e la vivacità del lessico. La società che emerge da queste narrazioni è fluida, con poche inibizioni, affida le sue speranze di riuscita al caso felice che cambierà la Sorte: elemento che forse rimanda alla funzione subalterna di chi narra, o forse a tutto un agire sociale per qualche verso soffocato dalle necessità di una Storia che, per la Sicilia, si sviluppa dentro un ritmo determinato dall'esterno, soprattutto donne, nella Prefazione ai quattro volumi Pitrè le colloca fra il popolo minuto e privo affatto d'istruzione. sono donne della sua cerchia familiare o vicine di casa nel palermitano quartiere Borgo, lo studioso ricorda in particolare tre nomi: la cieca Rosa Brusca che da giovane era stata tessitrice; Elisabetta Sanfratello di Vallelunga detta Gnura Sabedda, domestica; Agatuzza Messia, cucitrice di coltroni d'inverno che era stata sarta. La sua narratrice-modello è la Messia, di cui Pitrè delinea un ritratto molto efficace: ha settant'anni e un vero talento, ha parola facile, frase efficace, maniera attraente di raccontare, ottima memoria. si esprime con tutto il corpo: si alza, gira intorno per la stanza, s'inchina, si solleva facendo la voce ora piana ora concitata, ora paurosa, ora dolce, ora stridula, ritraente la voce dei personaggi e l'atto che essi compiono. E' una popolana, non sa leggere ma sa tante cose che non le sa nessuno, e le ripete con una proprietà di lingua che è un piacere sentirla. da giovane è andata col marito a Messina, vi è rimasta per qualche tempo e, fra le comari che mai s'erano spostate dal loro vicolo, aveva portato la sua esperienza da viaggiatrice. All'origine della vocazione di Pitrè per le tradizioni popolari c'è questa donna:
la Messia mi vide nascere e mi ebbe tra le braccia ...ella ha ripetuto al giovane le storielle raccontate al bambino di trent'anni fa. Nelle fiabe di Agatuzza Messia troviamo poca magia e molte avventure, ragazze intraprendenti cancellano lo stereotipo sulla passività delle siciliane e diventano protagoniste. Ci sono mogli e figlie che, in caso di bisogno, vengono murate in casa per meglio custodirne l'onore, ma rimangono in primo piano; può capitare che siano loro a suggerire la temporanea soluzione a uomini condizionati dal giudizio di altri maschi, senza perdere molto della loro potenziale autonomia. Ne Il Pappagallo che narra tre racconti è il pappagallo del titolo a narrare alla protagonista, che ha suggerito al marito di chiuderla in casa ed è indecisa se uscire, di una ragazza che si permette di dire "io parto" addirittura a un re: ma, come in un gioco di specchi deformanti, glielo racconta per convincerla a non uscire. In alcune storie possiamo trovare femminili negative, ma accade soprattutto se il narratore è uomo. Altrimenti, come avviene in Caterina la sapiente, le ragazze distanziano l'uomo che, nel vano tentativo di sottometterle, si rifugia nel suo ruolo socialmente riconosciuto: Giocatrici d'azzardo come Bianca Cipolla, eroine romantiche come L'imperatrice Rosina o l'omonima protagonista di Malvina - che esce dal suo palazzo col bastone e le due conchiglie dei pellegrini per Santiago di Compostela- le donne tracciano il profilo di un diffuso protagonismo che risalta come una delle più intriganti chiavi di lettura delle fiabe raccolte da Pitrè. Le narratrici parlano di mammedraghe ma dicono molto altro, anche la lunga durata di quelle mancanze che nella Sicilia dell'800 soffocano la vita: come quando l'assenza di strade rotabili fuori dall'abitato porta a immaginare terribili pericoli, l'appena ricordata Malvina addirittura sente gli striduli versi dei selvaggi chesi nutrono di carne umana. e per ricordare quant'era prezioso il grano troviamo che dai capelli di Caterina, protagonista de La figlia di Biancofiore, il miracolo compiuto da una fata lascia cadere oro, diamanti, pietre preziose e chicchi di frumento. Naturalmente molti elementi rimandano al canone delle fiabe classiche, da assumere però con qualche cautela. Ne L'infanta Margarita c'è lo specchio di Biancaneve, ma in Ninetta e il ramo di dattero Cenerentola s'è trasformata in una fantasia che diventa gioco di parole, Ninetta è la più smaliziata delle Cenerentole: nessuno la maltratta, non ci sono matrigne nè ingiustizie; è solo una ragazza bella e calcolatrice ben attenta alle sue strategie. Sono storie raccontate da donne e sui motivi della maternità indugiano volentieri le fiabe qui pubblicate: il desiderio di un figlio ritorna nelle protagoniste più diverse, nemmeno le mammedraghe o le sirene ne sono immuni. In Sole, Perla e Anna troviamo l'amore materno che, in un tripudio di sentimenti viscerali, si trasforma in delirio criminale; in Sfortuna è una madre a compiere il sacrificio più grande, allontanando la figlia perseguitata dalla Sorte. nelle Fiabe di Pitrè non rintracciamo le tensioni a cui nel 1884 avrebbe dato voce il modicano Serafino Amabile Guastella  con Le parità e le storie morali dei nostri villani, che hanno il loro protagonista nella miseria contadina e realizzano, per dirla con Leonardo Sciascia, un "antivangelo". L'universo narrativo di Pitrè ha inizio con le donne di casa e di rado riflette le tensioni di un mondo contadino che riamne estraneo ma, quando si mostra, è veritiero: in Peppi sperso per il mondo, definita da Calvino uno dei monumenti della narrativa popolare italiana, riconosciamo la questua per il lavoro, i contratti-capestro, la solidarietà del vecchio animale e la necessità del suo sacrificio. In Peppi il miracolo è un frutteto, cresciuto in una notte nella Sicilai del latifondo; la prova da superare coincide con l'arare una grande estensione di terra, mentre sullo sfondo i nobili oziosi vivono di scommesse e puntigli. La grande varietà di motivi narrativi include il surreale gioco di parole de La gatta e il topo, racconti dove l'amore è protagonista come La sorella del conte e altri dove, con grande disinvoltura, vengono raccontate anche le vicende più truci: Sarinella sembra un abbozzo di sceneggiatura horror, Fra' Genipero è un film splatter di quelli con effetti così forti da diventare caricaturali, dove la tensione si libera in una risata. Ci sono le fiabe moderne come Tippete nappete, che prende in giro la moda "rivoluzionaria" di dare nuovi nomi agli oggetti consueti, e ci sono le fiabe che lasciano riemergere motivi antichissimi, dove strappare un ciuffo d'erba consente di accedere al mondo "di sotto": così avviene ne Il cespuglio della rapa selvatica, con il protagonista Vincenzo che ottiene capacità magiche di tipo sciamanico dopo un periodo di iniziazione. Vincenzo è un briccone, un ladro: riesce a vincere il vecchio Patri-Drau, in una lotta generazionale dove il discepolo uccide il maestro dopo essersi appropriato dei suoi poteri. Non è il solo imbroglione- protagonista, è in buona compagnia. La truffa sfuma nella prova di abilità e furbizia in Tredicino, è ferocemente punita ne La figlia di Biancofiore, trionfa come istinto predatorio in La borsa, il mantello e il corno fatati. Ho riportato tutte le storie di Giufà, che non sempre sono aneddoti innocui con un semplicione per protagonista. In Giufà e il canta-mattina  ad esempio, un disturbatore viene eliminato e la madre, che dovrebbe impersonare un sano principio di realtà, non si scompone più di tanto e risolve la faccenda camuffando l'omicidio. Solo Colapesce ha una provenienza diversa rispetto ai quattro volumi delle Fiabe, Pitrè vi dedica uno studio a parte che merita un rapido cenno. La storia dell'uomo capace di resistere sott'acqua senza respirare è molto antica. Nel tardo XII secolo il poeta provenzale Raimon Jordan scrisse di un certo Nicola da Bari, negli stessi anni la notizia fu ripresa da un canonico inglese che ne riferì come di una leggenda già popolare. in seguito sono in tanti a tramandare  storia dell'uomo- pesce, che viene conosciuta in tutto il Mediterraneo ed è spesso arricchita di particolari. fra i sicilaini il primo a scrivere è il frate domenicano Tommaso Fazello, nella seconda metà del Cinquecento, che spiega la capacità di rimandare a lungo sott'acqua con una particolare struttura dei polmoni. La storia di Coalpesce rimane sempre ambientata nel mare di Messina, in quello Stretto pieno di correnti che per la mitologia era sorvegliato da Scilla e Cariddi. Negli Studi di leggende popolari in Sicilia e nuova raccolta di leggende siciliane (Torino 1904) Pitrè riporta 23 versioni letterarie e 18 popolari. Ho scelto la n. 8 delle varianti popolari. 
                                                               AMELIA CRISANTINO

NELSON MANDELA (RICORDO)



NELSON MANDELA

"Una buona testa ed un buon 
cuore sono sempre una formidabile combinazione"

NELSON MANDELA

"IN NATIVITATE DOMINI" - Mostra Bibliografica


MOSTRA BIBLIOGRAFICA

miniature ed incisioni nei libri liturgici 
dal XV al XVIII secolo



-BIBLIOTECA COMUNALE - 
FONDO ANTICO
ex Monastero dei Benedettini
dal 6 al 20 Dicembre 2013 


Preziosa esposizione  bibliografica 
con raffigurazioni sulla Natività

















Antonino Leto, centenario della morte


CENTENARIO DELLA MORTE 
DI 
ANTONINO LETO



COMUNE DI MONREALE
Provincia di Palermo


Comunicato stampa 

SEMINARIO E MOSTRA SULL’ILLUSTRE 
PITTORE MONREALESE 
ANTONINO LETO

In occasione del centenario della morte del pittore monrealese Antonino Leto, l’Amministrazione ha organizzato un evento per ricordare e far conoscere, soprattutto alle nuove generazioni,  la straordinaria forza creativa di questa personalità illustre dell’800 siciliano. La manifestazione, prevede l’organizzazione di un Seminario e la proiezione di un DVD,  per presentare l’Artista ed i suoi dipinti. Seguirà una Mostra d’arte delle opere di Antonino Leto ed una esposizione di documenti reperiti nel nostro Archivio Storico, relativi alla formazione del Maestro. L’apertura della manifestazione alla quale vi prenderanno parte, fra gli altri, il sindaco Filippo Di Matteo, l’assessore alla Cultura Lia Giangreco, il direttore della Galleria D’arte comunale Salvatore Autovino e il professore Stefano Gorgone che ha collaborato nella organizzazione dell’evento culturale,  avrà  luogo giorno 30 novembre 2013 presso l’Aula Consiliare alle ore 10,00 e alle ore 12,00 l’inaugurazione della Mostra artistica e documentaria che si realizzerà nella “Sala P. Novelli” – ex Monastero dei Benedettini e che si protrarrà fino a giorno 11 Dicembre 2013. Nella organizzazione della manifestazione sono stati coinvolti gli studenti dei licei di Monreale (artistico, classico e scientifico).

“E’ importante essere riusciti – ha dichiarato l’Assessore alla Cultura Lia Giangreco – a valorizzare una personalità illustre della cultura monrealese, con il pieno coinvolgimento delle scuole del territorio. Ma è ancora importante che questo momento sia anche una occasione di incontro con l’intera città che puo’ in questa occasione riappropriarsi e ricordare uno degli artisti più rappresentativi dell’ottocento siciliano”.

L'Assessore alla Cultura Sig.ra Lia Giangreco porge i saluti e dà il benvenuto alla manifestazione

Il Prof. Stefano Gorgone

La Prof.ssa M.A. Spadaro



Sala P.Novelli - Mostra artistica e documentaria su Antonino Leto



ARCHIVIO STORICO DEL COMUNE DI MONREALE
"GIUSEPPE SCHIRO'" 

LETTERA AUTOGRAFA DI ANTONINO LETO





Trascrizione integrale della lettera autografa di Antonino Leto
ASCM, busta 474, Serie 1 – Corrispondenza, Monreale, 1867

Al Signor Regio Delegato Straordinario di Monreale
Signore
Antonino Leto di Pietro da Monreale con il dovuto rispetto rassegna alla S.V. quanto appresso.
Egli per una provvida deliberazione di codesto Consiglio – intento mai sempre a favorire chi possa, e voglia render vanto al proprio paese per opera di mano e d’ingegno – si gode da quasi tre anni di un tenue sussidio onde sopperire a non pochi mezzi di cui abbisogna la più eccellente e a un tempo la più difficile delle belle arti – la pittura -.
Ma per un giovine che ebbe sortite da natura le più felici inclinazioni per quall’arte divina, qualunque mezzo ei s’ abbia, qualunque studii ei faccia, non è mai bastevole, onde riuscire a stampare una qualche orma, nel cammino che tracciarono con tanto splendore del nome italiano i maestri dei tempi andati.
La S.V. conosce il vantaggio che senza i Mecenati – i quali lungi dal render servili e dipendenti, nutrono e accendono con religiosa premura la scintilla del genio nel cuore de giovani artisti, e s’ingegnano di provvedere a bisogni, che alle volte occorrono superiori alle loro possibilità – si corre pericolo di vederli languire inerti a discapito e a disdoro della terra, in cui s’ebbero la culla. E’ che per nutrire con elevate idee il genio d’artista convien cercare e studiare i modelli, e le opere de grandi o modelli, i quali più che altri nol creda rappresentano nelle loro tele il buono, il bello il grande e il sublime.
Però Ella ben sa che tra noi ce n’à ben poche di quelle. Ond’è che il supplicante prega la S.V. perché amante com’è delle arti belle si degni prendere in considerazione lo esposto e fargli assegno di un sussidio tale che valga a poterlo allontanare dal paese natio e recarsi in una delle tante città d’Italia nostra, che per fortuna o carità di patria àn saputo farsi albergo delle arti, ciò che vuol dire sede di civiltà e di educazione.
E il giovane artista per fare onore a se stesso e per essere nello stesso tempo grato e riconoscente verso coloro che gli preparano sì ridente avvenire oserà presentare qual frutto del suo giovine ingegno un lavoro, ch’è sul punto di finire, onde possa Ella giudicare se egli coltivi ed ami le arti belle e il suo paese natio.
Nutro speranza …
Monreale, lì 9 1867                                 Antonino Leto






ARCHIVIO STORICO DEL COMUNE DI MONREALE
"GIUSEPPE SCHIRO'" 


Il pittore Antonino Leto dalle carte 
dell’ Archivio storico comunale


Nel 1863 tre artisti monrealesi, i “giovanetti” Giuseppe Maria Modica pittore, Antonino Leto pittore e Giuseppe Di Giovanni scultore, inoltrano richiesta al Comune di convertire il beneficio di cui già godono, per essere ammessi presso il “novello Istituto degli artigianelli” di Palermo, in un assegno di mantenimento agli studi presso “valenti artisti di Palermo” ognuno secondo le proprie inclinazioni artistiche. Infatti, si continua nella delibera, in quell’Istituto s’imparano abilità meccaniche che nulla hanno a che fare con le “belle arti liberali”. Il Consiglio comunale approva la richiesta all’unanimità di voti[1].
L’anno successivo, 1864, i tre chiedono l’aumento dell’assegno loro accordato in precedenza. La richiesta viene corredata da una lettera del prof. Delisi (?), richiedente l’aumento degli assegni stante la loro “tenuità”. Ai tre giovani artisti si aggiunge la richiesta di Antonino Mandalà, indigente cittadino monrealese ma considerato pittore di belle speranze. Gli artisti donano ognuno un saggio della loro opera al Comune. Allora, “considerando che una delle principali cure dei Municipi si è quella di incoraggiare i Comunisti ed agevolarli nello sviluppo degli ingegni, e delle loro tendenze”, oltre aver constatato la inadeguatezza del sussidio economico per vivere al di fuori di Monreale, a voti unanimi del Consiglio lo stanziamento viene portato a £ 803.24 e cioè a £ 267, 75 annuali per ognuno degli studenti. L’assegno si paga mensilmente dietro un certificato di presenza rilasciato dal maestro della bottega d’arte di Palermo presso cui esercitano l’apprendistato[2]. La Giunta ribadisce la volontà del Consiglio, reperendo i fondi necessari in un altro articolo del bilancio vigente[3].
Nel 1867 Antonino Leto e Giuseppe Di Giovanni, che si dimostrano i più perseveranti nel loro apprendistato di studi artistici, sono ormai consapevoli di esser pronti al salto di qualità e chiedono, a tale scopo, ancora l’aumento del sussidio comunale, per potersi “perfezionare nelle arti suddette recandosi in una delle più cospicue Città del continente italiano”. L’aumento è accordato visti i loro progressi e l’assidua frequenza nell’apprendistato. I due portano a testimone del loro zelo un saggio ciascuno, “testè donati al Municipio e rappresentanti il primo una prospettiva con le varianti di una catena di monti con Custello, pianura e mare, e il secondo una statua in gesso dell’insigne monreale Pietro Novelli, con naturali e ammirevoli mosse, che oggi adornano le Aule del Palazzo Municipale”. Al Consiglio appaiono giuste e fondate le esigenze di studio dei due; tuttavia le ristrette economiche cittadine non consentono di accondiscendere alla richiesta, posticipandola ad un futuro bilancio[4].
Una bella lettera di alcuni mesi prima, a firma di Leto e conservata presso l’ASCM, che è anche prova della sua abilità come scrittore di bella prosa, perora la sua causa e ci informa che egli mostrerà una sua opera che sta per ultimare in cui è racchiuso il suo amore per “le belle arti e per il suo paese natio”. Soprattutto questa lettera ci anticipa il disegno di Leto di voler emigrare verso nuovi lidi per approfondire e migliorare la sua arte di pittore[5].
Trascorrono alcuni anni, senza avere più notizie di Leto, quando nel 1872 riconoscente al Municipio per i benefici avuti per il mantenimento agli studi a carico dello stesso, “dona un quadro parto del suo pennello, rappresentante il Fiume Anapo”. Il Consiglio contraccambia con una giusta ricompensa di £ 1.000 per “continuare nella nobile intrapresa carriera”[6]. Gli anni a seguire vedono Leto, ormai pittore affermato, sempre più lontano da Monreale, spostandosi fra Napoli, Firenze, Parigi etc. La sua ultima destinazione è Capri, dove ha prodotto alcuni fra i suoi capolavori e dove è spirato nel 1913. L’ultimo, breve, ritorno a Monreale sarà nel 1910 dopo trenta anni di assenza.
Ultima notizia circa le sue opere in possesso del Comune si traggono da un registro d’inventario di beni del Comune, del 1941-1942. In questo apprendiamo che nel “salone podestarile” esiste un quadro ad acquarello di un autore (Cannata?). Mentre nella stanza del Segretario capo esiste un “grande quadro ad olio del pittore Leto”[7].




[1] ASCM - Fondo Comunale, Sezione II – Registri e Volumi, Reg. 100, Serie 2 - Deliberazioni del Consiglio Comunale, “Deliberazioni del 1863 e 1864 - vol. II”, “Assegno ai tre alunni Modica, Di Giovanni e Leto”, Monreale, 19 maggio 1863, n° 900.
[2] ASCM - Fondo Comunale, Sezione II – Registri e Volumi, Reg. 101, Serie 2 - Deliberazioni del Consiglio Comunale, “Deliberazioni del Consiglio dal 1864 al 1865 vol. III”, “Assegno ai studenti in scultura e pittura”, Monreale, 6 maggio1864, pp. 117-120.
[3] ASCM - Fondo Comunale, Sezione II – Registri e Volumi, Reg. 136, Serie 1872”
[4] ASCM - Fondo Comunale, Sezione II – Registri e Volumi, Serie 2 - Deliberazioni del Consiglio Comunale, Reg. n° 102, “”Per la domanda degli studenti Leto e Di Giovanni”, Monreale, 13 maggio1867, pp. 283-284.
[5] ASCM – Fondo Comunale, Sezione III - Carte Sciolte, Serie 1 – Corrispondenza, “1 - Fascicolo relativo a corrispondenza riguardante petizioni rivolte da privati cittadini alle Istituzioni Comunali”, pos. 8, Monreale, 9 aprile 1867.
[6] ASCM - Fondo Comunale, Sezione II – Registri e Volumi, Serie 2 - Deliberazioni del Consiglio Comunale, Reg. n° 105, “”Compra del quadro rappresentante l’Anapo”, Monreale, 20 maggio1872, pp. 237-238.
[7] ASCM – reg. 287, “Inventario dei Beni comunali”, 1941.






ARCHIVIO STORICO DEL COMUNE DI MONREALE
"GIUSEPPE SCHIRO'" 
Gli esordi 
del pittore Antonino Leto dalle carte 
dell’ Archivio storico comunale

Antonino Leto nasce a Monreale il 14 giugno 1844, mostrando sin da bambino le sue qualità ed attitudini artistiche, recandosi nella vicina Palermo per copiare su fogli volanti e taccuini ciò che vedeva nelle vetrine della grande città.
La sua carriera di studi comincia a Monreale, presso il convitto dei Chierici Rossi in cui era stato mandato grazie agli interessamenti dei suoi zii sacerdoti Antonino e Salvatore. All’indomani della rivoluzione nazionale il Comune di Monreale, che pagava la retta dei giovani studenti presso i Chierici Rossi cittadini, decide che quella non è il giusto tipo di educazione da impartire e invia i giovani che godono di quella retta presso l’istituto Artigiano di Palermo.
Le inclinazioni del giovane Leto non tardano ad emergere e le sue aspirazioni si concretizzano il 24 aprile 1863, quando tre artisti monrealesi, Giuseppe Maria Modica pittore, Antonino Leto pittore, Giuseppe Di Giovanni scultore, inoltrano al prefetto di Palermo una supplica per intercedere presso l’autorità comunale monrealese al fine di ottenere un cambio di destinazione dei fondi concessigli.
Si tratta di convertire il beneficio di cui già godono in un assegno di mantenimento agli studi presso “valenti artisti di Palermo”, ognuno secondo le proprie inclinazioni artistiche. Infatti, si continua nella delibera, “(…) in quell’ Istituto s’imparano abilità meccaniche che nulla hanno a che fare con le “belle arti liberali”. Il Consiglio comunale, con lungimiranza e finalità di incoraggiamento di quelle tendenze, approva la richiesta all’unanimità di voti.
L’anno successivo, 21 maggio 1864, i tre chiedono l’aumento dell’assegno loro accordato in precedenza. La richiesta viene corredata da una lettera di raccomandazione del prof. Delisi, illustre figura del mondo artistico palermitano di fine Ottocento, richiedente l’aumento degli assegni stante la loro “tenuità”. Ai tre giovani artisti si aggiunge la richiesta di Antonino Mandalà, indigente cittadino monrealese considerato pittore di belle speranze.
In questa occasione ognuno degli artisti dona un saggio della propria opera al Comune, volendo dar conto e soddisfazione dei progressi raggiunti. Allora il Consiglio comunale “considerando che una delle principali cure dei Municipi si è quella di incoraggiare i Comunisti ed agevolarli nello sviluppo degli ingegni, e delle loro tendenze”, oltre aver constatato la inadeguatezza del sussidio economico per vivere al di fuori di Monreale, a voti unanimi approva la richiesta di aumento.
Nel 1867, Leto invia una sua lettera, scritta in bella prosa, in cui perora la sua causa e ci informa che egli mostrerà una sua opera che sta per ultimare in cui è racchiuso il suo amore per “le belle arti e per il suo paese natio”. Soprattutto questa lettera ci anticipa il disegno di Leto di voler emigrare verso nuovi lidi per approfondire e migliorare la sua arte di pittore.
Nello stesso anno Antonino Leto e Giuseppe Di Giovanni, che si dimostrano i più perseveranti nel loro apprendistato di studi artistici, sono ormai consapevoli di esser pronti al salto di qualità e chiedono, a tale scopo, ancora un aumento del sussidio comunale per potersi “perfezionare nelle arti suddette recandosi in una delle più cospicue Città del continente italiano”.
I due portano a testimonianza del loro zelo un saggio ciascuno, “testè donati al Municipio e rappresentanti il primo una prospettiva con le varianti di una catena di monti con Custello, pianura e mare, e il secondo una statua in gesso dell’insigne monrealese Pietro Novelli, con naturali e ammirevoli mosse, che oggi adornano le Aule del Palazzo Municipale”. L’aumento è loro accordato visti i progressi e l’assidua frequenza nell’apprendistato. Al Consiglio appaiono giuste e fondate le esigenze di studio dei due; tuttavia le ristrettezze economiche cittadine non consentono di accondiscendere alla richiesta, posticipandola ad un futuro bilancio. Purtroppo del busto raffigurante il grande Pietro Novelli non si hanno notizie, mentre la tela di Leto sembra essere quella attualmente esposta presso il circolo di cultura Italia di Monreale.
Trascorrono alcuni anni, senza avere più notizie di Leto, quando nel 1872, riconoscente al Municipio per i benefici avuti per il mantenimento agli studi a carico dello stesso, “dona un quadro parto del suo pennello, rappresentante il Fiume Anapo”. Il Consiglio contraccambia con una giusta ricompensa di £ 1.000 per “continuare nella nobile intrapresa carriera”. Gli anni a seguire vedono Leto, ormai pittore affermato, sempre più lontano da Monreale, spostandosi fra Napoli, Firenze, Parigi etc.
La sua ultima destinazione è Capri, dove ha prodotto alcuni fra i suoi capolavori e dove è spirato nel 1913. L’ultimo, breve, ritorno a Monreale sarà nel 1910 dopo trenta anni di assenza. Ultima notizia, dalle carte d’archivio, circa le sue opere in possesso del Comune, si traggono da un registro d’inventario di beni del  1941-1942. Nella stanza del Segretario capo esiste un “(…) grande quadro ad olio del pittore Leto”.