I dipinti del Novelli e di Velasco




DIPINTI 
DEI
PITTORI  


Pietro NOVELLI e Giuseppe VELASCO



PRESSO 
EX MONASTERO DEI BENEDETTINI


Intorno al 1176, l’ex Monastero dei Benedettini, circondato da un tracciato murario sulle piazze Vittorio Emanuele II e piazza Guglielmo II, è centro di cultura religiosa, economica, e politica.
Alcuni anni dopo la soppressione dei beni ecclesiastici, nel 1876 Mons. Maurizio Polizzi fonda il Convitto Guglielmo II fino al 1964; l’anno seguente ha sede l’Istituto d’Arte per il mosaico ed alcuni ambienti sono successivamente destinati alla scuola media.
Alla fine del secolo scorso, vengono finanziati i lavori di risanamento del Complesso Abbaziale “Santa Maria La Nuova” per essere trasformato in <polo catalizzatore di rilancio culturale e turistico della città>.
L’ ingresso che conduce all’interno dell’ex Monastero,   è suddiviso da due ampi scaloni alle cui pareti è possibile ammirare due grandi dipinti: dal lato sinistro quello del  pittore G. Velasco, dal lato destro quello del pittore P. Novelli.   






GIUSEPPE VELASCO 
(1750-1827)

“Guglielmo II rinviene il tesoro”
(Olio su tela, cm 351x503)

Il grande dipinto fa da pendant al quadro di Pietro Novelli con S. Benedetto che distribuisce la regola nell’attuale scalone dell’ex Convento dei Benedettini a Monreale, da qui venne rimosso nel 1980 in occasione del restauro eseguito sotto la super visione della Soprintendenza ed è stato ricollocato nella sua ubicazione originaria il 29 aprile dell’anno 2006.
La tela non è datata né firmata ma, grazie al rinvenimento nell’Archivio Storico presso la Chiesa della Collegiata a Monreale (Fondo Benedettini) di alcune note di pagamento datate 31 Dicembre 1796 e poi altre successive fino al 1798 intestate a Giuseppe Velasques pittore per la realizzazione “del quadrone che deve fare per il nuovo dormitorio”, la critica è ormai concorde nell’attribuire l’opera al pittore palermitano e nel collocare cronologicamente  la sua esecuzione tra l’inizio del 1797 e la fine del 1798.
L’impostazione generale del dipinto è focalizzata in due gruppi distinti inseriti in un paesaggio soffuso di luce colorata. Il gruppo in primo piano è impegnato nella ricerca materiale del tesoro, personaggi inginocchiati o curvi verso la terra si danno da fare a scavare e cercare il tesoro che la Madonna aveva indicato, apparendogli in sogno, al re Guglielmo II.
Il secondo gruppo, cui apparterrebbe anche la figura dello stesso re rappresentato in piedi e con l’elmo piumato, si trova un po’ arretrato sulla destra e sta attentamente seguendo le operazioni di scavo.
Nel dipinto di Velasco riaffiora la conoscenza dell’arte del ‘700 e in particolare di quella di Martorana e si evidenzia, per usare le parole di Silvana Riccobono, “una tendenza alla distribuzione composita delle figure a gruppi ora emergenti ora arretrati e ad un’abile gradualità di colori che vanno dal rosso al verde anche tenero tendente al giallino, agli azzurri e ai bianchi a volte luminosi e trasparenti. Una gamma cromatica ricca e piena di sottili sfumature tonali con una luce appena colorata sul fondo paesaggistico” (S. Riccobono, 1984, p. 227).
Giuseppe Velasco è uno dei pittori più rappresentativi del tardo Settecento che, dopo avere assimilato le forme sei-settecentesche desunte dall’accademismo romano, le elabora pervenendo a modi di semplificazione formale e compositiva di impronta neoclassica.  








PIETRO NOVELLI (1603 – 1647)

 S. Benedetto distribuisce la Regula agli ordini monastici e cavallereschi sotto forma di pani   
                                        
(1635) - Olio su tela  cm 380 x cm 520 -
  



Il dipinto di Monreale è considerato per qualità e fattura l’opus magnum di Pietro Novelli e la sua fama si è tramandata senza soste dai viaggiatori settecenteschi, come il conte Rezzonico che nel 1794 tornava a Monreale per ammirare il gran quadro nel refettorio dei Benedettini; ai critici più recenti ne lamentava l’oscurità del luogo in cui il capolavoro veniva conservato, minacciato dall’incuria e dalla polvere.
Lo storiografo benedettino Tarallo ci informa che il quadro fu dipinto nel 1635 per essere collocato nel refettorio del convento e al pittore venne pagata la somma di cento onze.
Nel 1797 venne trasferito nella parete destra dell’imponente scalone di nuova costruzione e, per adeguarlo alla nuova collocazione, venne sottoposto ad un intervento di restauro eseguito dal pittore Giuseppe Velasco che otteneva, nello stesso anno,  la commissione per l’esecuzione dell’altro grande quadro da sistemare nella parete  opposta dello scalone.
Come il dipinto del Velasco con Guglielmo II che rinviene il tesoro anche quello del Novelli si trovava nei depositi di Palazzo Abatellis, dove venne ospitato per ragioni di sicurezza e tornato ad impreziosire lo scalone d’ingresso del complesso monumentale nell’aprile 2006 colmando il vuoto che aveva lasciato quando venne sottoposto al restauro negli anni ‘70 del novecento.
Il soggetto dell’opera, minuziosamente illustrata dall’abbate Tarallo, ricorrendo ad un’allegoria rappresenta la difesa e la diffusione della fede che la regola benedettina, sotto forma di alimento vitale quale il pane, fornisce all’ordine nella sua triplice ramificazione religiosa, cavalleresca e laica.
“La militanza della Chiesa e degli ordini religiosi ad essa preposti viene codificata, utilizzando una desueta iconografia benedettina, mediante la simbologia del pane, emblema del nutrimento spirituale e della vita attiva” (A. Mazzè, 1989, p.212).
La composizione si articola in tre gruppi. Il primo a sinistra, quello dell’ordine religioso, rappresenta il beato Bernardo Tolomeo fondatore dell’ordine dei benedettini Bianchi visto di spalle forse perché non ancora santo, S. Roberto istitutore dei Cistercensi, S. Brunone padre dei Certosini.
S. Giovanni Gualbert istitutore dei Vallombrasani, che ha in mano il tempietto, S. Romualdo istitutore dei Camaldolesi, S. Mauro e papa Celestino III.
Al centro l’ampia e vetusta figura di S. Benedetto che consegna il pane, a destra del dipinto, il cavaliere dell’Ordine di Alcantara inginocchiato ai suoi piedi e vestito del suo elegante mantello bianco. Completano questo secondo gruppo il cavaliere dell’ordine di Cristo, istituito da Dionisio re di Portogallo, e il cavaliere di Montesia afferente all’ordine di S. Giacomo, appoggiato all’albero, in cui il pittore ha raffigurato se stesso in un intenso e fortemente espressivo autoritratto.
In basso una scena di evocazione bucolica con la rappresentazione dei fedeli laici, un uomo barbuto di profilo dal viso rigato dai segni del tempo con casacca rossa e scuro mantello, in cui Novelli ritrasse il padre, e una bellissima figura di donna scalza con una veste color oro e un profilo gentile e garbato, ritratto della moglie del pittore, che amorevolmente scherza con i due piccoli figli.
L’inserimento nella raffigurazione di quelli che l’abate Tarallo descriveva come “villici cenciosi”, ovvero la famiglia borghese del pittore, vicino ai più alti rappresentanti degli ordini religiosi e cavallereschi, esprime un precetto della dottrina della chiesa riformata dopo il Concilio di Trento che prevedeva una partecipazione di tutte le classi sociali in un unico movimento di devozione (V. Scuderi, 1990). Le due figure in sottofondo e in semitono che si intravedono alle spalle di questi ultimi personaggi descritti hanno un puro valore riempitivo.
Il paesaggio romantico costituito dal rudere di un casolare occupa l’estrema destra dello spazio dipinto e spinge in primo piano le figure; il suo significato è stato interpretato ora come riferimento alle rovine del paganesimo e delle sue strutture alla luce del verbo cristiano (V.Scuderi) ora come testimone silenzioso di un rituale rinnovamento cristiano (A. Mazzè)
Il Cielo coperto di nuvole brune pervade la scena di una luce giallastra dalla tonalità calda e avvolgente che unisce i vari valori cromatici che vanno dal giallo del manto del Pontefice e della donna in primo piano all’alternanza dei bianchi manti cavallereschi e dei sai certosini alle nere vesti benedettine, in uno studiato calcolo di luci, ombre e colori.
Oltre al sapiente e misurato uso dei colori e delle macchie tonali, che da essi derivano a creare contrasto mai dissonanza ma ricchezza e profondità. La sapiente arte del pittore  Monrealese si esplicita nell’uso del ritratto, nella forza degli sguardi e nella penetrazione psicologica dei suoi personaggi.
In questo senso il suo viso e il suo sguardo, nelle vesti del cavaliere, sembrano staccarsi dal contesto e rivolgere a noi spettatori un’occhiata attenta e pensosa e volere intraprendere un dialogo visivo ma soprattutto emozionale che oltrepassa i confini della tela e del tempo.
Scrive Guido Di Stefano che “il carattere più nobile di questo famoso dipinto è l’intensità psicologica dei personaggi, in cui la nobiltà di spirito si traduce in una chiusa umanità malinconica” 
(G. Di Stefano, 1989, p. 15).
In quest’opera, complessa nella sua impostazione solenne e ricca di significati simbolici, Novelli ripercorre e concentra le caratteristiche della sua arte nel colore e nelle forme e gli interessi e gli ideali tipici della sua personalità.