AMELIA CRISANTINO

A M E L I A  CRISANTINO

"QUALE FILOSOFIA PER IL REGNO DI SICILIA? 
FRANCESCO TESTA, LA SCUOLA DI MONREALE E ISIDORO BIANCHI"

tratto da MEDITERRANEA Ricerche Storiche - Anno IX - Agosto 2012 n. 25 - Saggi e Ricerche



Alla fine del 1770 giungeva a Palermo il cremonese Isidoro Bianchi, fervido studioso e intraprendente giornalista, chiamato a insegnare logica e metafisica nel seminario di Monreale. Rapidamente si era inserito nei dibattiti e nelle discussioni che si andavano svolgendo attorno a Serafino Filangieri, arcivescovo di Palermo, a Francesco Testa, arcivescovo di Monreale, al vicerè Fogliani, ai benedettini e ai letterati raccolti nell'accademia degli Ereini: così, nell'ormai lontano 1968, Franco Venturi si accingeva a sottolineare l'importanza del soggiorno siciliano di Isidoro Bianchi, accomunandolo ai suoi interlocutori nella battaglia condotta con grande energia e abilità contro libertinaggio e miscredenza d'ispirazione francese, ma anche contro la tradizione scolastica, contro l'ignoranza e la superstizione.
Isidoro Bianchi entra di diritto a far parte di un'esigua e valorosa pattuglia di intellettuali-riformisti che appare compatta, ma vedremo come al suo interno sia attraversata da rivalità e opposti convincimenti politico-ideologici. Sulla scorta degli studi di Venturi e di Giuseppe Giarrizzo, in questo saggio proverò ad esaminare il soggiorno monrealese di Isidoro Bianchi e la rete dei rapporti che si annodano e per molti versi s'ingarbugliano attorno alle sue iniziative. Sarà utile tenere presenti alcuni dati sulla città e il suo seminario, per chiarire quali sono le condizioni ambientali in cui Bianchi si inserisce. Allo stesso modo la figura dell'arcivescovo Testa (1704-1773) appare emblematica della variegata complessità del quadro di riferimento, da elaborare tenendo nel debito conto come nei primi decenni del XVIII secolo la Sicilia veda sfilare in rapida successione i rappresentanti di diverse case regnanti europee, ed entrare in crisi i vecchi codici culturali spagnoli. 


1- Un modello per il Regno

All'inizio del Settecento un'importante pubblicazione aveva ricordato i molti privilegi della città di Monreale, che tuttavia sembrava essere approdata a un presente molto più dimesso: nella prima metà del secolo alle numerose calamità naturali - invasione di locuste, carestie e terremoti - si somma il disinteresse di arcivescovi che spesso non risiedono nella diocesi. Vengono comunque edificate diverse nuove chiese e istituti religiosi, e per iniziativa dell'arciprete Greco Carlino - col sostegno del Senato di Palermo e della Compagnia dei Bianchi -nel 1724 inizia la costruzione del Collegio di Maria e dell'attigua chiesa della SS. Trinità.
Nel 1741 il regio visitatore Giovanni Angelo de Ciocchis registra ogni particolare sui 72 feudi della Mensa arcivescovile, stimando che gli abitanti ammontino a 8.971 anime compresi diaconi, frati e sacerdoti secolari.
Monreale è la più ricca delle diocesi siciliane, nel 1768 l'economista Arnolfini valuta che la rendita dell'arcivescovo ammonti a 70 mila ducati, de quali netti gli rimarranno 40 mila: è una piccola città feudo del vescovo, una città-convento tutta organizzata attorno alle ventidue chiese, ai monasteri, ai conservatori delle vergini, alle congregazioni. Quella che sarebbe stata ricordata come l'epoca d'oro inizia nel maggio 1754 con l'insediamento di Francesco Testa, arcivescovo che cumula nella sua persona anche le cariche di Sommo Inquisitore del Regno, abate della locale congregazione benedettina e, grazie allo status feudale, signore temporale. Testa riconfigura il nucleo urbano rinnovando edilizia e viabilità, realizza una condotta lunga diciotto chilometri per la distribuzione delle acque irrigue e una rete di canali per l'approvvigionamento idrico della zona alta dell'abitato; si risolve in tal modo un secolare bisogno e, sommando particolari tecnici e considerazioni morali, i documenti ribadiscono come attraverso le acque sia arrivato anche un positivo cambiamento dei costumi: <ottimamente provvide all'onestà delle donzelle, che ne' luoghi inferiori andavano ad attingerle, e in ore improprie erano necessitate a fare molta via dovendosi portare sino al basso della città. La più impegnativa fra le iniziative urbanistiche dell'arcivescovo coincide con la realizzazione di una strada-monumento ammirata dai viaggiatori, che l'economista Vincenzo Emanuele Sergio portava ad esempio a chi, nella Deputazione del regno, auspicava una politica "siciliana". Il 5 luglio 1772, rivolto all'Accademia degli Ereini, il Sergio magnifica la strada trovando un paragone solo nell'acquedotto casertano di Vanvitelli: l'augusto re Carlo...fece delle imprese che sembravano difficilissime. Uno dei monti a forza di archi per trasportare l'acqua nella real villa di Caserta e ne farà uno per dare il passaggio all'acquedotto. Il nostro mons. Testa, arcivescovo di Monreale, cambiò di sito la grande strada che conduce a quella città sopra un monte alpestre. Tutto ciò si può. Basta che si voglia.
Anche per l'organizzazione degli studi Monreale e il suo arcivescovo-signore aspirano a essere un modello. Francesco Testa impersona l'ideologia nazionale di una Sicilia feudale che intende realizzare una versione "autonoma" della modernità, è punto di riferimento per una generazione di nobili vescovi-riformatori che nel giro di pochi anni vediamo al governo nelle diocesi più importanti. A ridosso del suo insediamneto avvengono le nomine di Andrea Lucchesi Palli ad Agrigento (nel 1755), di di Gioacchino Castelli a Cefalù (1755), di Giuseppe Antonio Requesens a Siracusa (1755) e di Salvatore Ventimiglia a Catania (1757). Siamo di fronte a quello che Giuseppe Giarrizzo definisce il controllo magnatizio sull'episcopato isolano:attravesro l'opera dei vescovi il baronato propone una propria cultura di governo che, nel caso di Testa, appare esplicitamente ancorata alla difesa dei diritti della "Nazione". Giudicato dal "quasi" contemporaneo Domenico Scinà il seminario di Monreale è scuola non solo della diocesi ma dell'intera Sicilia, dove l'arcivescovo ha chiamato a insegnare abilissimi professori in tutte le scienze.
Siamo di fronte a un quadro tutto sommato coerente: nella maniera un pò sghemba propria degli anni in cui può essere coerente che l'illuminista e massone Isidore Bianchi vada a insegnare logica e metafisica in un seminario siciliano, quasi a dare man forte a un prestigioso arcivescovo che è anche Sommo Inquisitore del Regno. A Monreale l'avversario del fronte riformatore sara Vincenzo Miceli, anch'egli docente nel Seminario, tanto opposto a ogni concessione all'empirismo e tanto assorbito nella contemplazione dell'essere da farsi accusare addirittura di spinozismo. Poichè l'arcivescovo risulta essere il patrono sia di Isidoro Bianchi sia del suo avversario, per provare a dirimere l'intricata matassa delle affinità sottese alle azioni bisognerà tornare indietro: sino agli anni della formazione di Francesco Testa, protagonista dalle molte sfaccettature e dalle appartenenze non sempre lineari.

2. Erede di Mongitore

Discendente di un'antica famiglia della nobiltà pisana giunta in Sicilia a metà Quattrocento, dopo la prima educazione nella natia Nicosia Francesco Testa prosegue gli studi a Palermo: in quanto primogenito è destinato alla carriere del foro, il fratello minore Alessandro dovrà abbracciare la carriera ecclesiastica. individuare i maestri per i due giovani comporta delle scelte di campo. nella capitale gli equilibri appaiono politicamente incerti, l'Apostolica Legazia fa sì che il variare delle dominazioni abbia un'immediata rispondenza nella politica ecclesiastica. Gesuiti, benedettini e teatini, i tre ordini più importanti, arretrano o guadagnano terreno in stretta dipendenza dal variare delle dominazioni; le nomine vescovili vengono fatte da sovrani rapidamente sostituiti da altri monarchi, il risultato è una Chiesa frastornata e depressa.

Nella transizione dal dominio spagnolo a quello di Carlo VI d'Asburgo, a Palermo diventano visibili alcuni episodi-sintomo, da ricondurre a quei piccoli nuclei di riformisti che minacciano il monopolio culturale dei gesuiti: si fondono Accademie che testimoniano una nuova volontà di partecipazione, si riflette sulla necessità di rendere competitivi i giovani aristocratici. La nobiltà riformista, che si presenta come una classe sociale in ascesa, chiede maggiore rigore negli studi e l'abbandono della casistica come metro di giudizio. I Teatini appaiono decisi a rispondere ai nuovi bisogni, aprono scuole dove la filosofia scolastica è ripudiata in nome di un moderno cartesianesimo, insegnano nuove discipline. A loro favore si schierano quelle nobili famiglie alla ricerca di un'educazione che non privilegi il campo teologico-dottrinale, e ai Teatini viene affidata l'educazione dei due ragazzi arrivati da Nicosia: Alessandro viene accolto nel seminario di Messina; Francesco studia legge a Palermo presso la scuola di Agostino Pantò, dove presto avrebbe sostenuto pubbliche dissertazioni con molta sua gloria e profitto degli uditori.
Francesco è quindi a Palermo nel 1718, quando tre rappresentanti della prima generazione educata dai teatini-Giovan Battista Caruso, Giacomo Longo e Girolamo Settimo marchese di Giarratana-fondano l'accademia del Buon Gusto con sede nel palazzo di Pietro Filangeri principe di Santa Flavia, che già nel nome chiarisce le sue appartenenze richiamandosi a Ludovico Antonio Muratori.
Nel 1719 è Agostino Pantò, con la protezione del principe di Santa Flavia, che già nel nome chiarisce le sue appartenenze richiamandosi a Ludovico Antonio Muratori. Nel 1719 è Agostino Pantò, con la protezione del principe d'aragona Baldassare Naselli, a fondare l'accademia Giustinianea, che ha carattere giuridico e in seguito si sarebbe trasferita presso la sede Teatina. Sempre nel 1719 il gesuita Antonio Mongitore risponde con la fondfazioen dell'accademia dei Geniali, che nel 1730 sarebbe confluita negli Ereini e ospitata nel palazzo di Federico Napoli principe di Resuttano, il cui obiettivo di rivendicare le glorie locali sembra il risultato di un atteggiamento difensivo. nel 1728 un'altra spia del difficoltoso rinnovamento culturale cittadino è la contemporanea fondazione di due collegi dei nobili, con teatini e Gesuiti in aperta contrapposizione e il collegio teatino che esibisce una maggiore severità già nei requisiti di accesso.
Col succedersi delle dinastie diventa evidente come i valori di riferimento di una Sicilia tradizionalmente molto compiaciuta siano ormai inadeguati. La resistenza alle riforme promosse dall'imperatore Carlo VI spinge a prove di forza che diventano perdenti: se ne ha prova nel 1724, quando il contenzioso fra un'Inquisizione rimasta sostanzialmente spagnola e i nuovi governanti si conclude con il rogo di due "eretici", processati nel lontano 1699 e rimasti nelle carceri del Sant'Uffizio per i successivi venticinque anni. L'erudito canonico Mongitore stila un resoconto al solito dettagliato delle tragiche pompe festive che coinvolgono tutta la città, pubblicandolo con tanto di dedica a Carlo VI imperadore e III di Sicilia.
Ma una volta arrivato a Vienna il libro provoca una sgomenta presa di distanze, Pietro Giannone ne scrive al fratello: <s'è gravemente ripreso che n'abbiano qui fatto venire esemplari che scandalizzano il Mondo...noi ne sappiamo cacciar tra tanti lutti anche il riso perchè ci serve per mettere in burla i siciliani [i ministri a Vienna]li quali veramente ne stanno confusi e pieni di vergogna. I siciliani a Vienna messi in ridicolo per uno sfarzioso rituale penitenziale che, lontano da Palermo, si trasforma in orrorosa tragedia ed esecrabile abbrugiamento, sono il sintomo del diverso sentire che ormai allontana quanto avviene in Sicilia dalla sensibilità degli spiriti colti.
Su questo sfondo, politicamente incerto e culturalmente assediato da quanto va rapidamente maturando sulla scena europea, avviene la formazione di Francesco Testa. Quand'era ragazzo la su afamiglia ha compiuto delle scelte in linea con le posizionio della nobiltà riformista; è quindi coerente che, nel solco di un modello culturale praticato dai rampolli dell'aristocrazia europea, una volta finiti gli studi il futuro arcivescovo compia alcuni viaggi.
Tornato in patria, il giovane Testa sceglie di prendere gli ordini ecclesiastici al posto del fratello Alessandro e ricomincia a studiare. Assieme a Francesco Perlongo e Giovanni Di Giovanni è fra quei giovani che l'archimandrita di Messina Silvio Valenti Gonzaga raddrizzò col suo sapere...li condusse di primo tratto ad apprendere la lingua greca, fonte purissimo di scienza...indicò loro libri utili, e li guidò allo studio delle cose certe e positive. Considerate le scelte familiari e l'educazione ricevuta, pare del tutto ovvio che il futuro arcivescovo di Monreale si schieri con le posizioni del più avanzato "fronte riformatore"; ma così non avviene. Nel 1735 Testa scrive una Istorica narrazione delle feste tenute per l'icoronazione di Carlo III Borbone, che gli ottiene la nomina di canonico della cattedrale di palermo; quando si tratta di entrare a far parte di una delle Accademie cittadine lo ritroviamo fra gli Ereini: probabilmente viene accolto nel 17235, ne diventa corifeo col nome di Lamindo Grineo nel 1740.
Nel 1737, col patrocinio dell'Accademia del Buon Gusto, vien pubblicata postuma la seconda parte delle Memorie istoriche di Giambattista Caruso: all'alta sintesi di storia civile la Deputazione del Regno reagisce con un'intenzione politica proterva, commissionando la raccolta dei "capitoli". Ad ordinare le decisioni del parlamento siciliano che avevano assunto forza di legge è il canonico Francesco Testa, che nel 1741 cura la pubblicazione in due volumi dei Capitula Regni Siciliae quae ad hodiernum diem lata sunt. la motivazione ideologica è  chiarita nell'allegata dissertazione De ortu et progressus juris Siculi che, proclamando la particolare evoluzione del diritto siculo e la sua autonomia "nazionale" sorregge il "sovversivismo baronale": la materia feudale è presentata come quella "maxima et nobilissima illa jurus pars" che, a partire dai normanni, aveva conosciuto un'evoluzione rispetto al diritto franco e anche a quello napoletano. I diritti feudali sono il nucleo originario e fondante della "nazione siciliana": il canonico Testa appoggia la tesi del "commilitonismo" del gesuita Mongitore e del giurista Carlo di napoli, concordemente sostengono che in Sicilia il feudo e la monarchia sono nati con la conquista normanna. I baroni erano stati "commilitoni" del re, al di là delle periodizzazioni dinastiche, la civiltà isolana si è mantenuta fedele alle sue radici. I diritti feudali sono eterni, inalienabili: il punto centrale del conflitto è sulla natura dei beni feudali e i loro "diritti di sovranità", che non cedono dinanzi ai diritti del sovrano e anzi li sopravanzano inibendo ogni progetto riformatore. Il canonico Testa ha riconfigurato la propria posizione in senso conservatore alla raccolta dei Capitula si aggiungono altri significativi episodi. Nello stesso 1741, in nome di una "regolata devozione" si apre un'aspra polemica fra Ludovico Antonio Muratori e i difensori del voto sanguinario testa si colloca fra i seguaci del canonico Mongitore che ne è il più acceso fautore, nel suo ruolo di canonico-censore approva l'opera del francescano Ignazio Como scritta contro le tesi del Muratori. Nello stesso 1741 Giovanni Di Giovanni - anch'egli canonico della cattedrale, allievo dell'archimandrita Valenti Gonzaga e autore nel 1736 del De Divinis Siculorum officis - accoglie l'incarico dell'arcivescovo di palermo e lavora al progetto del Codex diplomnaticus Siciliae, dove raccoglie distinguendoli in tre classi (genuii, dubbi e supposti) tutti i monumenti che riguardano la Sicilia cominciando dall'era volgare sino 'a suoi tempi...tutte le carte pubbliche in somma, che servir poteano ad illustrare l'epoche varie della nostra storia.
Lo studio del Di Giovanni affronta l'idea assai diffusa che la fondazione della Chiesa palermitana sia di origine apostolica, dovuta a S. Pietro: convinzione che esalta l'autonomia disciplinare e giuridica della Chiesa siciliana, libera dal diritto pontificio dell'investitura. In realtà il dilemma di fondo coincide con una questione epistemologica che attraversa molte indagini erudite: poichè il metodo storico applicato alle glorie isolane rischia di mostrarne la fragilità, bisogna arrendersi alla guerra mossa con le armi della scienza, o proteggere le glorie e l'onore della patria?
Palermo appare divisa fra i molti che difendono la tradizione e i pochi che l'osservano con spirito critico.
Intanto, le conclusioni a cui il Di Giovanni perviene con l'aiuto della filologia apostolica della Chiesa palermitana. Nel 1743 il primo dei previsti cinque volumi è pronto per la stampa: Francesco Testa è uno dei due canonici censori, lo lascia passare nonostante sia ormai su posizioni distanti da quelle del Di Giovanni. ma l'altro censore si preoccupa di mostrare il volume a Mongitore e, scrive Scinà, ecco venirgli incontro la persecuzione. L'anziano canonico gesuita ne prese sdegno e rancore, perchè cose ne riscontrò ch'erano ingiuriose, a suo immaginare, alla chiesa palermitana e alla gloria di Sicilia: sebbene malandato si reca in Senato, presenta uno scritto contro Di Giovanni e poco dopo muore di apoplessia. Subito si sparge la voce ch'è morto di dolore, Di Giovanni non esce di casa perchè esposto non fosse alle pubbliche villanie>; l'arcivescovo o il vicerè non osano difenderlo, furono di nascosto, e non senza accorgimento, inviate alcune copie del libro in Napoli, in Roma e in Firenze... e si cominciò ovunque a celebrare l'opera.
La rivista fiorentina Novelle letterarie, diretta da Giovanni Lami, apre una campagna di stampa schierandosi contro la mentalità antiscientifica preponderante a Palermo, il Di Giovanni raccoglie molti consensi intorno alla sua opera. Non si hanno notizie sulle reazioni del canonico Testa, ma l'orazione funebre per Mongitore viene recitata da un contrito Francesco Testa alla presenza del senato palermitano. E' un momento critico, Testa passa in rassegna le molte doti dell'estinto e pubblicamente prende le distanze dal suo antico compagno di studi: ripudia quel metodo scientifico che assieme avevano appreso alla scuola dell'archimandrita Valenti Gonzaga - il quale appoggia la pubblicazione del Di Giovanni - e, riferendosi a Mongitore, dice: da canonico difese egli con vigore e dottrina essere la medesima [chiesa palermitana] di fondazione apostolica, contro chi sconsigliatamente le contendesse un sì incontrastabile segnalatissimo pregio. La scelta è compiuta. Francesco Testa è il simbolo erede di Mongitore, a lui si associa il fratello che in politica sostiene le ragioni dei più "intransigenti" fra i baroni.
Nalla testimonianza del biografo Sinesio, fra quanti cercano la compagnia del canonico Testa si distingue il potente Baldassare Naselli e Branciforti principe di Aragona (1698-1753): Pretore di Palermo nel 1737, Presidente della Giunta di Sicilia a Napoli nel 1748. A lui Testa deve l'incarico - nel 1744 - di promotore fiscale della Suprema Inquisizione nel Regno, nomina che lo promuove fra i personaggi più in vista della Chiesa palermitana: ha da poco pubblicato le Meditazioni per gli esercizi spirituali del clero, dove argomenta  su dignità e obblighi dello stato ecclesiastico senza dimenticare l'importanza di una buona formazione culturale; è inoltre Deputato di pubblica sanità, si ispira al trattato di Muratori Del governo della peste per scrivere un Relazione istorica sulla peste messinese del 1743, ricordata dallo stesso Muratori negli Annali d'Italia. Per questo scritto Francesco Testa sarebbe stato definito "muratoriano", anche se viene il sospetto che queste ideali appartenenze siano il risultato di circostanti contingenze.
Nel frattempo a Palermo sembrano tramontare i propositi  "eroici" della monarchia. Nel 1746 è accolta la richiesta del parlamento siciliano, che offre un donativo straordinario di 400 mila scudi in cambio dell'abolizione dell'ufficio del Magistrato di Commercio istituito nel 1739. Svanisce così il programma mercantilista che avrebbe consentito di riformare dall'interno l'ordinamento giudiziario, esautorando di fatto gli antichi tribunali e la stessa giurisdizione feudale.

3. La Scuola di Monreale

Dal 6 maggio 1748 all'aprile 1754 Francesco Testa mantiene la carica di vescovo di Siracusa, perseguendo iniziative che possono considerarsi un preludio alla sua politica monrealese: nel 1749 fonda l'Accademia Sacra e nel 1750 quella degli Anapei, istituisce il Convitto dei nobili, amplia il Seminario. La differenza è nel minore prestigio della sede di Siracusa rispetto a Monreale e nella relativa povertà di quella sede vescovile; ma il raccoglitore dei Capitula già lavora a un "riformismo teocratico" che si presenti come cultura "nazionale" della Sicilia feudale, e, anche a Siracusa agli interventi sul territorio corrisponde una riorganizzazione degli studi. Non appena insediato a Monreale, Testa introduce nuove materie; nel 1756 oltre ai cinque tradizionali insegnamenti che si tenevano presso la scuola gesuitica - teologia scolastica, teologia morale, filosofia, umanità e grammatica - troviamo anche cattedre di retorica, greco, geometria, diritto naturale, civile e canonico, le cui lezioni vengono tenute nel palazzo arcivescovile in attesa di definire nuovi ambienti resi necessari dall'accorrere degli allievi. Testa segue la lezione di Valenti Gonzaga nel creare la cattedra di greco e la moda circa la vaghezza delle cose matematiche per quella di geometria; è parte dello spettacolo novello dei vescovi alla ricerca dei matematici, da Palermo porta a Monreale Saverio Romano per assodare e pulire l'istituzione letteraria di quel clero. Il Seminario punta a innalzare il livello degli studi chiamando docenti di prestigio. L'abate Secondo Sinesio, segretario e poi biografo dell'arcivescovo, era torinese ed era stato chiamato per insegnare teologia morale; da Palermo, dove nella sua casa teneva lezioni di filosofia e diritto civile, era arrivato Vincenzo Fleres: avrebbe insegnato diritto ma era conosciuto come divulgatore del  filosofo Christian Wolff, quindi sospettato di colpevoli cedimenti alla filosofia moderna: Il latinista Murena era savoiardo, Testa l'aveva conosciuto a Palermo e portato con sè a Siracusa e poi a Monreale, e bastò quegli solo a fondare una scuola purissima. Il seminario la scuola divenne non che della sua diocesi, ma di tutta la Sicilia, il luogo dove si elabora un modello di virtù religiosa da contrapporre al laicismo del secolo. La ricostruzione di Scinà è l'inevitabile punto di riferimento per i giudizi successivi, Giuseppe Giarrizzo avrebbe inserito Testa nella seconda generazione degli "eruditi del buongusto" e sintetizzato:


il ripudio della scolastica, l'interesse per la sana eloquenza, lo studio della liturgia e della teologia morale, il vasto impianto umanistico, un'ars critica di spiriti cartesiani: son tutti caratteri della personalità intellettuale di Testa, e debbono fornire la misura autentica del suo impegno nell'organizzazione degli studi a Monreale. 

La severità e la selezione degli allievi sono le basi su cui si regge l'ambizioso progetto, gli esami di ammissione appaiono rigorosi. I concorrenti devono scrivere sotto dettatura una prosa italiana, da tradurre in latino e consegnare in busta chiusa. L'esame orale di latino - sostenuto - alla presenza di mons. Testa, del rettore e dei deputati agli studi - è su qualche libro di latino scelto pure da mons. arcivescovo che, di proprio carattere, fa un notamento di bene o mediocrioter, onde ognuno riesce nella spiegazione del latino. L'ambizione di forgiare il nuovo sacerdote punta a eliminare ogni influenza esterna, l'arcivescovo teme la corruzione del mondo ed esita prima di concedere i rari permessi ai giovani convittori:<non si mandavano mai gli alunni a casa, salvochè avessero bisogno dell'aria nativa perchè malati.

Comincia "il rinascimento letterario in Monreale", alla scuola del Murena crescono ottimi latinisti e all'arcivescovo brillavagli l'animo di candida gioia nel vedere i palermitani lasciar la capitale e venire a Monreale per apprendere il latino: "candida gioia" che ci riporta nella Palermo dove Teatini e Gesuiti aspramente confliggono per aprire un collegio dei nobili, e la competizione va oltre le motivazioni oggettive perchè, scrive Marcello Verga, non si notano sostanziali differenze metodologiche fra i due collegi, ed <è difficile indicare il senso delle diverse scelte operate dai nobili palermitani e delle province dell'isola nell'iscrivere i propri figli al collegio teatino o quello gesuitico.
A Monreale siamo molto lontani dal piglio deciso mostrato da Giovanni Di Giovanni che, chiamato a dirigere il palermitano seminario dei chierici, ritira i seminaristi dalle scuole dei padri gesuiti e riforma gli studi ottenendo, grazie all'antico maestro divenuto segretario di Benedetti XIV, la facoltà di conferire la laurea in filosofia e teologia. Piuttosto, il seminario monrealese è la scuola d'eccellenza dei gesuiti, offre docenti di grido e quelle peculiarità di rigore negli studi che ormai si richiedono a una scuola per giovani nobili.
Grazie alla permanenza di Isidoro Bianchi, Monreale verrà giudicata come <il centro forse più attivo col Testa dell'opposizione intellettuale alla politica culturale della Compagnia>: ma ad essere cambiata è proprio la Compagnia. Non siamo più di fronte ai gesuiti combattuti dai primi oppositori filo-teatini, sono mutati gli equilibri e anche i protagonisti. dopo tanto battagliare le scuole dei gesuiti hanno finito per arrendersi all'invasione della filosofia moderna. Nel 1754 il padre Vespasiano Maria Trigona, forte della sua autorità di provinciale dell'Ordine e dell'appoggio del padre generale Ignazio Visconte, impone alle scuole siciliane un nuovo "ordo studiorum" che abbandona la filosofia scolastica per un programma di assoluto eclettismo, col quale si dice di riunire il meglio della filosofia antica e della moderna. Monreale, dove si amavano i padri platonici e si frugavano i libri degli scolastici per trovare, come diceasi, l'oro nel fango, appare perfettamente in linea con le nuove direttive.
Nel seminario monrealese l'insegnamento della filosofia riflette il tergiversare di chi cerca una mediazione; troviamo Saverio Romano e Vincenzo Fleres, allievi del precursore Nicolò Cento il quale, con l'autorità che gli concedeva il suo sapere geometrico, aveva per primo e non senza coraggio divulgato a Palermo le dottrine di Leibniz, che andavano a sostituire  l'interesse per Cartesio. La nuova filosofia aveva il pregio di far conoscere in maniera elegante il regno fisico della natura e quello morale della grazia, regolando il primo con le leggi delle cause finali a cui obbediscono i corpi, e il secondo con le leggi delle cause finali a cui obbediscono le anime. Erano due sistemi autonomi ma entrambi governati da Dio, considerato come Architetto della macchina dell'universo e come monarca della città divina degli spiriti. La filosofia leibniziana, armonizzava una teologia razionale della natura con una teologia morale della grazia: ma dava luogo ad aspre polemiche, che forse derivavano dal fallimento del tentativo di riforma moderata che s'era richiamata al buon gusto del Muratori. Si aggiungevano poi le tensioni derivanti dalle appartenenze massoniche, formalmente proibite col regio editto del 10 luglio 1751 ma che sembravano continuare ad operare in forma appena celata. la massoneria siciliana diventa visibile nel 1756, quando un giovane ardito Tommaso marchese Natale da Palermo, ammaestrato dal Cento, osò mandar fuori in versi toscani la Filosofia leibniziana, la cui vicenda fa da trama ad alcune fra le più godibili pagine di Scinà. Il poema divulgava Leibniz in una cornice ricca di simbolismo massonico, era una via tanto più pericolosa, quanto più facile ed amena: per questo impauriva i gesuiti - nel poema sono quell'insana turba/sol di tenebre amica che il mondo annebbia di fantasmi e fole - che chiamarono in aiuto il tribunale dell'Inquisizione accusando l'autore e il suo poema di deridere le cose sante. Furono accontentati, il 27 febbraio 1758 un editto del Sant'Uffizio proibiva la diffusione e il possesso del libro, lo stampatore Valenza e altri della sua tipografia finivano in carcere; l'autore era acremente ripreso e anche spaventato dalla vista e dalle minacce degl'inquisitori , le copie del libro già stampato erano distrutte, di sicuro bruciate.
La denuncia e la condanna dell'Inquisizione sono gesto di aperta denuncia e sfida del fronte degli antichi, il sommo inquisitore Francesco Testa emette una condanna che è contro Leibniz ma si risolve in un rifiuto della filosofia moderna. la proibizione accresce l'interesse per l'opera, la popolarità dei nuovi filosofi investe chiostri e seminari, in maniera che gli stessi gesuiti, se presto non fossero stati spenti, sarebbero divenuti anch'essi wolfiani scrive Scinà. Ne segue un rinsaldarsi del vasto fronte antigesuitico, che si permette sfide per niente camuffate: è da notare, che nel giorno medesimo in cui il Natale fu spaventato dalla vista e dalle minacce degli inquisitori, i p.p. cassinesi di San Martino difesero in Palermo, nella loro chiesa dello Spirito Santo e in una pubblica conclusione, il sistema del Leibnizio.
Nella sua Autobiografia il benedettino  salvatore Maria Di Blasi - antiquario, storico e bibliofilo in contatto tutti gli attori di questa storia, senza dubbio fra i protagonisti di quegli anni - avrebbe ricordato: si era in quel tempo [1758] accesa in Palermo una strepitosissima insurrezione contro l'opera stampata, ma impedita di pubblicarsi con ritirarsi tutti gli esemplari e fin portarsi alla nostra santa Inquisizione del degnissimo e dotto signor marchese Tommaso Natale.
La pubblicazione e la condanna dell'opera di Tommaso Natale fanno risaltare differenze ormai inconciliabili fra il "fronte degli antichi" e gli audaci "novatori", che mostrano di non essere estranei allo spirito di Voltaire quando cominciano a usare l'arma dell'ironia per mettere in ridicolo gli avversari.
Nel 1761 Antonio Lucchesi Palli, il massone principe di Campofranco, inaugura nella sua casa una accademia di letteratura frequentata da "compagni della galante conversazione": la definizione richiama i contemporanei libertini europei, e in una società di intolleranti religiosi suona come una sfida irridente. Per quell' accademia il poeta Giovanni Meli scrive una sorta di manifesto in versi, un poema intitolato La fata galanti dove, con esplicito riferimento a Tommaso Natale, il filosofo Leibniz è compagno dell'autore nel viaggio a lu Celu che si conclude con la vittoria dei "galanti" sui "pedanti".
I "compagni della galante conversazione", e in genere coloro che si riconoscono nel raggruppamento antigesuitico, estendono l'ambito delle controversie spirituali per arrivare alla politica. Praticano Leibniz coniugando il tema della grazia sufficiente, proprio della teologia giansenista, con una misurata pratica religiosa; sul terreno del diritto e della politica accolgono il moderato illuminismo delle teorie di Christian Wolff, utilizzando come raccordo tra le questioni religiose e quelle etico-giuridiche: il sistema wolfiano poteva svilupparsi verso una concezione dello Stato come monarchia assoluta e illuminata, non semplice garante delle istituzioni tradizionali ma organismo al di sopra delle singole parti, capace di promuovere il benessere e la felicità dei sudditi. Negli stessi anni <in Italia e fuori d'Italia...[avviene] la fusione tra riforma giurisdizionale, tradizione giansenisteggiante e sempre più prevalente volontà di trasformazione economica e politica, insomma tra riforma religiosa e riforma illuminista.
A Palermo la battaglia per la diffusione dei nuovi orientamenti filosofici e la riforma degli studi teologici vede ora in primo piano i benedettini, nuovi potenti nemici a cui si aggiungono francescani e domenicani. La cultura siciliana, raccolta in chiostri e seminari, appare assorbita nell'impari compito di una verifica dei presupposti teoretici del conoscere e dell'agire ma non tutti si muovono nella stessa direzione. nella scuola di Monreale sta maturando l'esempio più significativo della reazione contraria: Vincenzo Miceli, allievo di Fleres, progetta una nuova sistemazione delle scienze speculative senza mai dimenticare l'obiettivo di conciliare teologia e filosofia per meglio proteggere la religione. Miceli reagisce a quello che vive come un assedio. Se i filosofi moderni mettono in discussione i dogmi della religione e sono insofferenti alla metafisica, lui si prepara a resistere: è un filosofo cristiano, vuole conoscere le armi degli avversari e utilizzarle per respingere gli attacchi. A venticinque anni scrive la Prefazione o saggio istorico di un sistema metafisico, che sarà pubblicato postumo solo nel 1864:

io ho dunque nell'animo di riprodurre un semplice ed universale sistema di tutte le scienze non solo di quelle che alla natura si appartengono, ma di quelle altre ancora che sono nel mondo soprannaturale. Un sistema vale a dire non solo d'ontologia, cosmologia, psicologia, teologia naturale, diritto naturale, etica, politica, economica; ma eziandio di tutta la teologia rivelata, e di tutti gli oggetti materiali della fede e della legge divina, che appellano Cristiana; e questo appoggiato ad un solo principio di conoscere il vero: in cui le verità di nuova luce si aspergeranno , ed una assoluta certezza conseguiranno; di quelle cose che sono false ne apparirà chiaramente la ripugnanza, e delle grandissime difficoltà colle quali si sono finora sostenuti gli errori ed impugnate le verità, farassi vedere l'insussistenza:

Miceli deve la sua fama a questo testo introduttivo, dove promette di condurre alla cognizione della teologia rivelata e riflette sulle difficoltà sempre affrontate dai filosofi. Il monrealese indica la soluzione nella Idea del Sistema che, partendo dalla natura della cognizione dell'Essere, porti il lettore alla ragion della rivelazione, dei misteri della Chiesa cristiana e del suo ordinamento gerarchico e liturgico.

Miceli persegue l'obiettivo di creare un'ortodossia mistica, ponendosi in una posizione del tutto estranea, al secolo illuminista; la ragione rimaneva lontana dalla sua teoria, in ogni argomentazione il filosofo partiva dalla convinzione che nessuna sapienza umana può condurci sino al punto in cui ci ha condotto la divina, fornitaci dall'insegnamento cristiano, guardato nella sua integrità dalla chiesa che è detta cattolica.
Il nuovo edificio filosofico era un sistema difensivo:serviva a migliorare e correggere le altre teorie, voleva opporre dighe ideologiche per contenere le moderne filosofie pronte a invadere le scuole siciliane. Era quindi parte non piccola del compito di rifondazione religiosa della società che i vescovi si assumono in Sicilia, dove Francesco Testa - anche per il suo ruolo di Sommo Inquisitore - ricopre un ruolo centrale.
Nel 1765 Vincenzo Fleres si ritira dall'insegnamento nel seminario, l'arcivescovo ne assegna la cattedra al Miceli: Monreale è chiamata l'"Atene di Sicilia" e "cittadella della metafisica", in tanti arrivano per studiare la nuovissima filosofia. Ma le idee del sistema miceliano non furono tali da potercene interamente lodare, scrive il canonico Millunzi incolpando i tempi tribolati se egli fu troppo tenero del Leibnizio e del Wolfio. E Vincenzo Di Giovanni, che pure fu un devoto "miceliano", aggiunge che il novo sistema era allora più confidato alla mente degli scolari che a pubbliche scritture: sì che il Miceli ebbe caldissimi favoreggiatori, ma non men tenaci oppositori specialmente in Palermo. da questi dissensi derivò forse che gli scritti del Miceli restassero inediti, e se non distrutti difficili da avere per le mani: onde quel non so che di misterioso per cui da tutti si parlava del sistema miceliano, da pochi s'intendea; e chi ne era apologista sviscerato per qualche teorema sentito dimostrare, chi ne era ubbioso, se non avversario, per condanna sentita farne ai non pochi che s'ebbe nemici la scuola  che si diceva idealista o spinoziana del Miceli.
I tempi non andavano propizi al nome e alla fama di lui, sintetizza Scinà.
A Monreale gli studi prendevano forma speculativa e astratta, ma già a Palermo quelle speculazioni non ebbero mai voga, anzi il riso o la noja moveano. Si parlava del Miceli come di uno che dava nel fanatico, e occultava sotto il mantello della religione lo spinozismo. La diffusa conflittualità fra "antichi e moderni", che nella Palermo del giovane Testa aveva visto i teatini schierati compatti contro i gesuiti, aveva cambiato volto: con la sua ortodossia mistica il sistema miceliano aveva il dubbio merito di mettere d'accordo molti avversari  e anche lo scolopio Giuseppe Guglieri, già docente a Urbino e prefetto degli studi a Monreale, professore di matematica e fisica e anche forbito latinista molto stimato dall'arcivescovo, pubblicava un compendio di filosofia universale dove sembrava che il principale obiettivo fosse l'opposizione alle dottrine miceliane.
nel 1767 l'espulsione dei gesuiti dalla Sicilia chiarisce ulteriormente simpatie e appartenenze. Monreale è direttamente coinvolta, il canonico Gaetano Millunzi avrebbe riepilogato la vicenda con parole che non davano adito ad alcun dubbio: nel dicembre 1767 i gesuiti erano barbaramente costretti a partire dai loro collegi.




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