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MONREALE
Immagini del passato
Questo Blog nasce per consentire una semplice visione del Patrimonio culturale, artistico e monumentale della nostra Città, corredato con gli eventi e le manifestazioni culturali di rilievo soprattutto locale. Con il ricordo e la rievocazione di quanti, nella nostra Città, hanno arricchito il campo della cultura e dell'arte, questo Blog intende inoltre dare un modesto contributo alla diffusione della loro conoscenza. A cura di ROSALBA MADONIA. E-MAIL: monrealecultura@gmail.com
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Dalle pagine de L'ORA
Lucido e preciso, irresistibile nell’attacco, avanzava proprio come in un torneo, riportava immancabilmente la vittoria da trionfatore>: ed è ciò che si può ripetere dei vigorosi articoli scritti agli inizi del secolo per L'Ora, il giornale da lui fondato e diretto tra il 1900 e il 1902 in difesa degli interessi siciliani.
Libero pensatore del giornalismo, Morello è stato il commentatore forse più autorevole di quel tempo, e comunque il più popolare, circondato da una straordinaria notorietà: al punto che alcuni dei suoi famosi <fondi> venivano <gridati> dagli strilloni non solo a Roma e Milano, ma anche per le strade di Parigi.
Ai racconti di Capuana, Verga e Pirandello apparsi sulle pagine lungo il primo triennio di questo secolo, L'Ora si prefigge di far seguire tutta una serie di <grandi ritorni> intitolati a firme tra le più prestigiose della cultura e della politica (Gobetti, Borgese, Savarese, Napoleone Colajanni) che hanno contribuito a fare de L'Ora uno dei giornali più moderni e autorevoli.
Una esistenza assai breve quella di Piero Gobetti ma straordinariamente intensa e crativa al punto da collocarlo già quando era ancora vivo tra i maggiori protagonisti della cultura democratica e della lotta politica di quegli anni tumultuosi segnati dall' avvento del fascismo. La collaborazione tra il 1923 e il 25 al giornale L?Ora e l'intenso rapporto con la Sicilia costitiscono una significativa tappa della folgorante esperienza di Gobetti tra attivismo culturale e attivismo antifascista, l'uno e l'altro strettamente intrecciati e vissuti come una febbre interiore.L'ultimo articolo di Gobetti apparso su L'Ora porta la data del 23 gennaio 1925. IN quelle stesse ore Mussolini pronunciava quello che è tristemente palesato alla storia come <il discorso del 3 gennaio>, con l'annuncio delle leggi speciali e l'instaurazione della dittatura. <Che ho a chew fare io con gli schiavi?, è ormai il motto di Gobetti. Non gli resta che l'esilio. Nato il 19 giugno 1901 a Torino da una modesta famiglia di negozianti, quando muore a Parigi non ha ancora compiuto 25 anni.
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BUON CAPO D'ANNO
di Salvatore Salomone Marino
E’
il saluto che tutti si scambiano il 1° di gennaio nelle alte, nelle medie e
nelle infime classi sociali, nelle città come né comunelli rurali, dell’interno
dell’isola, Secondo le persone e i luoghi e l’ambiente in cui si vive, l’augurioso
saluto è or aperto e sincero, che erompe dal cuore, ora freddo e artificioso,
intenso, cò varij atteggiamenti di forzato sorriso, a velare una invidiuzza, un
dispetto, un odio feroce anche… .
Bon Capu d’annu!
Dunque. E notate bene, come il nostro contadino, conservando la formula già
adoperata dai Quiriti suoi antecessori:
Annum novum faustum felicem, vi formuli sempre con quelle precise parole l’augurio
suo: più ragionevole e più sincero e più vero di quelli altri auguri che noi
cittadini ci regaliamo tutti gli anni con iperbolica leggerezza: Cent’anni di felicità! – Mille di questi
giorni! Ecc. ecc.
Conformemente
all’antico uso de’ primitivi Romani, il primo giorno dell’anno è un giorno festivo
e sacro, un giorno che dà norma agli
altri trecento sessantaquattro. Ciò che in esso si fa, si farà per tutta
l’annata; ciò che in esso ci accade, ci accadrà ugualmente fino a che l’annata
non abbia attinto il suo fine … . In appoggio di tale credenza, il contadino vi
sciorina alcuni proverbi, che fanno parte del suo codice di sapienza
tradizionale, immutabile ed infallibile, che sono i seguenti:
Zoccu si fa lu Capu di l’annu/ Si
fa tuttu l’annu. Capu di l’annu saluti e dinari!/ Pènzaci beni lu chiddu ch’ha fari.
…è
naturale che il contadino faccia di tutto perché questo primo giorno si passi
allegramente in compagnia dè suoi cari, per i quali apparecchio un desinare che
si sforza di rendere ricco e piacevole, per quanto gli è possibile, di tutto il
ben di Dio. Nel qual desinare però, possono mancare, e mancano in fatti molte e
molte cose: ma non vi mancheranno mai le larghissime lasagne speciali condite
con ricotta che per tutta l’Isola portano uniformemente un nome poco pulito,…
le lasagne del Capo d’anno non debbono essere manipolate nelle singole case dei
contadini, come nel resto dell’annata suole praticarsi, ma comprate sempre dal
pastajo, che appositamente le lavora per quel dì ed è perciò che in tutte le pasterie
si vedono, il dì primodell’anno, messe in bella mostra in gran copia e sole,
queste larghissime lasagne dal bordo ondulato: le quali poi vanno cotte così
lunghe come sono evitandosi con la massima attenzione che si spezzino. La ricotta viene aggiunta né piatti e con essa il formaggio e l’indispensabile
sugo dello stufato… Cui mància a
Capud’annu maccarruni, /Tuttu l’annu a ruzzuluni:
Lasagni cacati e e vinu a cannata/
Bon sangu fannu pri tutta l’annata.
Il
flagello delle mance, con cui nelle città vi percuotono inesorabilmente a Capo
d’anno e portinaj e servitori e barbieri e portalettere e fattorini e tutta la
caterva di gente ai quali avete dato lavoro nell’anno chè terminato e pè quali
non vi son venute spesso che seccature e dispiacente, questo flagello, dico, vi
è risparmiato dai buoni contadini che
con voi hanno relazione, che lavorano la vostra terra, che vi han reso e
rendono dei veri servigi. Il contadino accampa qualche diritto, se così vogliam
dire, a qualche piccolo dono nelle solennità del Carnevale, della Pasqua, del
Natale; ma non pretende nulla, non chiede nulla pel Capo d’anno, giorno nel
quale non vuole affatto far la figura di pitocco, chiedendo. Se gli regalerete
spontaneo alcun che, lo accoglie esso con vera contentezza, come pronostico
felice per l’anno che si inizia, come ottimo cominciamento di prosperità che
avrà in esso, e però ne ringrazia lietissimamente Dio… Un solo proverbio
mostrerebbe ch’egli chiede, una cosa
soltanto: Bon Capu d’annu! Bon
Capu di misi! Li cucciddata unni su’ misi?
…Un’altra
usanza mi resta a menzionare, propria a questo giorno, ad essa appartiene alla
massaia ed alle figliuole del contadino. Se un lavoro casalingo si è intrapreso
o si trova già in corso il 31 dicembre, è bisogna ad ogni costo che sia
terminato innanzi che l’anno termini; l’ora prima dell’anno novo non deve trovare
incompleto quel lavoro, perocchè se ciò
accadesse, il lavoro rimarrebbe
incompleto tutto l’anno, per quanti sforzi di volontà e di opera si
abbaino a fare per condurlo a fine. C’è tuttavia un mezzo di scongiurare questa
singolare fatalità. Se la massaja o la giovinetta che sia s’è affannata tutto il santo di per completare
il lavoro suo, ed intanto la mezzanotte scocca mentre non rimarrebbero al
compimento che insignificanti o accessorj residui, allora ella, prima che i
rintocchi dell’orologio sien cessati,
dee, ginocchioni, e con le mani levate, recitare fervorosamente cinque Credo,
cinque Salve Regina, cinque Pater cinque Ave, cinque Gloria Patri, e per ultimo
questa tradizionale Orazione: <U patri, u Figghiu, lu Spiritu santu,
eterna Trinitati di cumannu, chistu travàgghiu l’hè stintau tantu! Ora na sula
grazia ‘ddimannu: Vui lu tuccati e lu faciti santu binidittu m’arresta tuttu
l’annu; e binidittu sia, biniditta la virgini Maria!
Si
capisce bene che, recitate in furia, le preci sono espletate prima degli ultimi
tocchi della mezzanotte: e allora la massaja va a dormire, lieta di avere
scongiurata una fatalità, che l’avrebbe preoccupata ed attristata assai.
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Charles Dickens
CANTO DI NATALE
L'UOMO CHE HA DETTO PER PRIMO: <BUON NATALE>
di Alessio Altichieri
Questo libro fu <miracoloso>, scrisse molti anni fa il grande critico inglese Charles Percy Snow a proposito di Canto di Natale. Miracoloso, secondo lui, perchè <solo un scrittore di enorme talento poteva scriverlo>: un talento che Charles Dickens, <probabilmente il più straordinario scrittore di lingua inglese dopo Shakespeare>, possedeva in dosi portentose. Ma miracoloso, potremmo aggiungere noi, anche perchè tutta la vita di Dickens fu straordinaria e Canto di Natale vi sbocciò come il prodotto di una folgorazione, l'intuizione geniale che scavalcò il mero fatto letterario: nel mondo anglosassone Dickens viene infatti ricordato, per questo libro, come <l'uomo che inventò il Natale>. Istituì, cioè, la tradizione del Natale che ancora conosciamo e celebriamo. E quindi questo Canto, se ci ha cambiato il modo di vivere, può essere considerato l'attimo magico di un'esistenza che, di per sè, valeva quanto un romanzo. Infatti nell'autunno del 1843, quando scrisse A. Christmas Carol, Dickens era già celebre. Non era mai successo, in alcun posto al mondo, che un autore di soli trentadue anni, che non aveva mai pubblicato un libro intero godesse di fama nazionale. Ma i tempi in Inghilterra erano cambiati velocemente. Vittoria era sul trono e la rivoluzione industriale produceva orrori e e glorie, che Dickens avrebbe conosciuto in pari misura. Il bambino costretto a dodici anni a lavorare in una fabbrica accanto al Ponte dei Frati Neri, a Londra, perché il padre era stato arrestato per debiti, s’era presto emancipato dalla miseria e aveva scritto, a puntate, Il Circolo Pitckwick, acclamato come un capolavoro dell’umorismo. E poi aveva pubblicato Oliver Twist e Nicholas Nickleby, ereditando così la tradizione picaresca di Fielding e Defoe. Eppure, adorato dal pubblico e da poco rientrato dall’America dove aveva sedotto folle estasiate, Dickens si sentiva bruciare: : gli premeva, dentro, una passione che doveva buttar fuori.
Ora noi moderni magari sorridiamo di tali passioni. Il pregiudizio ci ha fatto gettar via, assieme all’acqua sporca vittoriana, anche il bimbo che sarebbe uscito pulito dal bagnetto. Diciamo di Dickens, con tono saccente, che scriveva romanzi <dickensiani>, come il possente David Copperfield, una sorta di autobiografia di cui Canto di Natale anticipa i temi, quando invece a essere dickensiani furono i tempi che raccontò, eroici e spietati. Melodrammatico e sentimentale, diciamo, e pure maniche. E’ vero: nelle poche pagine di Canto di Natale c’è un contrasto continuo di caldo e freddo, di intimi interni domestici e di strade chiassose, di ricchezza avida e povertà generosa, di salute e malattia, egoismo e miseria. Anzi, Miseria con la maiuscola, al pari dell’ignoranza, Per personificare le piaghe dell’epoca , come simboli del male. Certo, Dickens peccò di mancanza della misura, di errori di gusto, di eccessi patetici e moralistici. Ma Dickens è l’Ottocento, Come Balzazc e Hugo, e se non fosse stato tale non avrebbe influenzato Tolstoj e Dostoevskij, come fece, e poi tanti altri fino a Henry James o, per restare nel nostro piccolo, a Edmondo De Amicis: Dickens quindi, quale autore d’un interminabile Cuore vittoriano.
Miracolosa era poi la capacità di Dickens di creare personaggi, Ebenezer Scrooge, il gretto protagonista di Canto di Natale, esce prepotente dalla folla dei duemila caratteri che compongono la sterminata galleria dickensiana. Certo, è una caricatura dell’avaro (ma anche Riccardo III era un tiranno caricaturale, Coriolano era inverosimilmente sanguinario, Giulietta e Romeo s’amavano d’amore impossibile, senza che Shekespeare fosse però accusato di esagerare), eppure Scrooge è vivo perché è Dickens stesso: il quale nel 1843 non aveva solo urgente bisogno di soldi, sicchè scrisse questa storia natalizia come un investimento a breve ( aspettava dalla moglie il quinto figlio e voleva trasferirsi in Italia dove la vita, allora come oggi, costava meno), ma pativa ancora il ricordo dell’umiliante adolescenza, del lavoro in fabbrica, dell’arresto del padre. Scrooge riflette Dickens nell’angoscia che possa tornare il disonore:<Tu hai troppa paura dell’opinione del mondo>, gli dice, in un’apparizione, l’antica fidanzata: <Tutte le tue speranze sono state sacrificate alla speranza di tener lontane le sue sordide critiche>. E anche Cratchit, l’umile scrivano che Scrooge sfrutta, è il disgraziato fanciullo che fu Dickens, così come Tiny Tim, il malatino di casa Cratchit, è il fratellino malato dello scrittore, che in famiglia chiamavano Tiny Fred. Ma naturalmente è miracoloso il fatto che questo libriccino, facile come una fiaba eppure profondo come una parabola evangelica, abbia<inventato> il Natale. Chiariamo: non c’era bisogno d’uno scrittore inglese per dare un senso cristiano al 25 dicembre, Ma c’era forse bisogno di uno scrittore dell’Inghilterra vittoriana, il paese che dominava e forgiava il mondo, per creare il Natale dei tempi moderni. Perchè i puritani di Oliver Cromwell avevano ridotto il Natale , che sposava la celebrazione della nascita di cristo con la festa pagana dei Saturnalia romani, a un rito minore. Come lamenta Cratchit con il padrone Scrooge, nella prima <Strofa> de libro, il Natale non era che un giorno di vacanza, uno solo, in tutto l’anno: appena il tempo per un regalino ai bambini, e poi di ritorno a fabbriche rugginose, uffici freddi, salari da fame. Dickens invece, con sentimentalismo impenitente, vide nel Natale qualcos’altro: <un giorno di allegria, di bontà, di gentilezza, di indulgenza, di carità, l’unico momento nel lungo corso dell’anno, nel quale uomini e donne sembrano disposti ad aprire liberamente il proprio cuore, disposti a pensare ai loro inferiori non come a compagni di viaggio, del medesimo viaggio verso la morte>
Allora immaginiamo quelle sei settimane, tra ottobre e dicembre del 1843. Stretto tra il bisogno e l’ansia di scrivere finalmente un libro vero, non una serie di puntate. Dickens è in preda a un fervore febbrile: <Piangevo e ridevo, e piangevo ancora, e mi eccitavo in modo straordinario durante la scrittura. E poi, ripensando, camminavo per le strade buie di Londra per quindici o venti miglia ogni notte, quando tutta la gente assennata è andata a letto>. Quando esce, il libro è un best seller che vende seimila copie entro il Natale : certo, come scrive la biografia Jane Smiley, è <la macchina dell’editoria capitalista, che porta un singolo uomo, una singola voce, in un rapporto personale con un numero enorme di persone>, a permettere tale successo. Ma il libro, stesso è cosi forte, come ammette il contemporaneo Fraser’s Magazine, <che nessuno scettico si può permettere una critica negativa… Chi darebbe orecchio a obiezioni su un libro del genere?>. Diventa subito, come ammette il rivale William Thackeray, <un’istituzione nazionale>. Un industriale concede immediatamente ai suoi dipendenti un secondo giorno di vacanza, e si dice che pure Thomas Carlyle, lo storico, ordini un tacchino per il pranzo di Natale, come il libro prescrive. Con un risvolto: a fine anno sono già in vendita le copie pirata, sicchè l'invewstimento di Dickens non darà i frutti sperati. Ma il romanzo sarà un trionfo. Nasce così il Natale moderno, della società industriale; se quello dei tempi antichi coinvolgeva interi villagi, questo nostro Natale è a misura familiare, come mostrano nel libro il nipote di Scrooge, Fred, e anche la <famiglia nucleare> di Cratchit,riunita attorno al'oca fumante che esce dal forno. La lezione di quest'allegoria cristiana (in cui Cristo però non viene nominato) è che non c'è condizione umana, per quanto misera, che impedisca di essere buoni. Perchè questo libriccino, che fonde il romanzo sociale, al racconto di fantasmi, non è altro che la storia di una conversione, quella di Scrooge. Eppure grazie alla capacità dickensiana di unire misticismo religiosoe superstizione popolare, non si limita all'esortazione morale, ma incide sui nostri comportamenti. Questo ci ha lasciato in erdità Charles Dickens, l'uomo che ha inventato perfino l'augurio <Buon natale> (mai prima di lui in inglese s'erano sposati un aggettivo e un sostantivo per dire <Merry Christmas>), Quando Dickens morì, nel 1870, e la notizia corse funerea per Londra, una piccola venditrice del Coven Garden scoppiò in lacrime; Morirà allora anch Babbo Natale?>. No, non sarebbe morto in tutto l'Occidente cristiano, sempre più secolare e consumista, e pure Scrooge sarebbe passato ai posteri: fu il suo nome infatti che Walt Dusney in cerca di antenati nobili diede al ricchissimo avaro che popola le strisce di Donald Duck: e, come sappiamo, zio Paperone si converte alla bontà per un Natale che dura tutto l'anno, a ogni fumetto.
ALESSIO ALTICHIERI