Libri in biblioteca ...Santa Rosalia



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"Santa Rosalia" 

                                        ( foto tratta dal libro S ROSALIA di Castrenze Civello 1967)



                                                                                         

                                                                                    dal libro: SANTA ROSALIA E PALERMO del Benef. Emmanuele Salemi Battaglia  maestro di canto della Real Cappella Palatina di Palermo 1885



alla gloriosa romita della quiquisna e del pellegrino che vegghiando amorosa la terra ove fu nata e cresciuta nella luttuosa moria dell'ultima lue asiatica cesso' dai figli suoi il calice delle amarezze e della morte devotamente l'autore O.D.C. 


CAPITOLO i 
Palermo-Nascita di S. Rosalia- Sua fuga


La ragion di nobil cuna 
    Nell'April della speranza,
Le delizie, la fortuna 
Di regal fecondità 
L'oro, i suoi, la patria stanza
Pel suo Ben disprezza, e va. 

                                                                                                                  

Siede Palermo in amenissima valle difesa contro Borea e Greco da' monti, ed aperta del resto al Mediterraneo. La floridezza de' campi nelle vigne intrecciate agli olmi e nelle biade guardate dall'olivo: la fragranza de' simmetrici giardini inghirlandati dall'arancio e dal limone: le deliziose colline pomate e ridenti; che correndo attorno aggiungono grazia e brio: l'andare e venire sollazzevole da' villaggi qua e là graziosamente seminati fanno bella e deliziosa questa regione incantevole, baciat in riva dalle acque del Mediterraneo. La vasta pianura in estensione di ben quaranta miglia coltivata e ben messa, da placidi rigagnoli e marmoreggianti ruscelli inaffiata, è feracissima nelle produzioni di vino, olio frumento, canape, cotone ed altri cereali: per cui a buon dritto s'appella la Conca d'Oro. Abbondanti praterie favoriscono a dovizia i prodotti di burro, cacio, latte nutricando ben pingui vacche, fetose capre, lanute pecore. dalla parte di mare, cui inoltrarsi le sentinelle dei monti il Pellegrino ed il Gerbino, formanti cosi vasto seno, si ritrova ad Oriente il piccolo porto detto Cala, in cui le navi se ne stanno a riparo dagli sbuffi de venti. A settentrione è guardato dal porto grande, detto Molo, con bellissimo faro, che tra il buio pesto della notte e l'irato imperversare  delle procelle, incuora lo smagato nocchiero, e n'addita il riparo e la salvezza. Ad Ostro, il fiume Oreto, come a guardia della città regina, passando dalla Guadagna si scaica nel Mediterraneo; mentre ad Occidente, in distanza sui erge come corona la maestosa catna de' monti, che per essere discoscesi e ripidi, formano un circuito di naturali muraglie che solo consentono l'ingresso per dodici porte. 
In sì floridissima città sortiva i natali l'illustre vergine ROSALIA  figlia a Sinibaldi, signore de' monti della Quisquina e delle Rose, sulla metà del dodicesimo secolo. Non avendo pertanto precisione dell'anno in cui Ella nacque, pure, affin di accattare credito all'antica tradizione che dice<aver Rosalia soggiornato nella corte di re Guglielmo e Margherita,> c'è parso opportuno mandare avanti alcune pagine della nostra sicula.
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Presso a morte Ruggero II faceva coronare Re il suo terzo figlio Guglielmo, che nel 1150  conduceva in moglie Margherita figlia del Re di Navarra. Or nel mentre cotali cose avvicendavansi in Palermo, sortiva i natali l'illustre vergine ROSALIA. La tradizione, che dice <esser ella stata cara alla Regina Margherita, anzi essere stata una delle sue ancelle,> ci fa conoscere avvenuta la nascita di Lei o su' primordi del governo di Guglielmo, o in sugli ultimi di Ruggiero II. ...Ala giovinetta Rosalia che soggiornava in corte....ben potè apprendere quant'è fugace la gloria mondana, e quanto vane e piene di veleno le gioie terrene; sicchè per tutto questo trambustìo affermatasi vie più ad aspirare le pure gioie celesti, verso cui quale purissima colomba sollevavasi, determinava solo pel suo Dio vivere e morire. 
....Si vuole che la Santa desse inizio al suo eremitico tirocinio da una grotta vicino Morreale, quattro miglia distante da Palermo.
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E' un fatto ed un ricordo glorioso per la città di Monreale non solo l'avere essa conservato nel suo Duomo memoria della Verginella palermitana S. Rosalia sin da una epoca assai precedente al ritrovamento del suo corpo, ma l'avere poi gareggiato con le principali città della Sicilia nel renderle onore, omaggio e culto devotissimo. In mezzo alle tante incertezze che occupano tuttavia una buona parte della storia civile ed ecclesiastica dell'Isola nostra, per quel che riguarda l'epoca precedente al secolo XVI., è impossibile determinare con precisione il tempo in cui S. Rosalia cominciò ad avere il suo culto in Monreale, come del resto è impossibile determinarlo per tutte le altre città siciliane. Però nessuna di esse è in grado di vantare una memoria più certa e più antica di quella che nel dicembre del 1620 si ritrovò nel Duomo monrealese, quando si restaurava il tetto. Allora in un'antichissima trave, che era la terza contando dalla porta maggiore del tempio, si trovò dipinto il mezzo busto di S. Rosalia tra cinque figure di altri santi, cioè San Domenico, S. Francesco , S. Angelo e S. Alberto. Era la verginella circondata da un festone di rose e vestita in abito monacale di color nero, che per l'antichità si degradava al bigio. Con la sinistra teneva una rosa sbocciata e con la destra il Rosario della Madonna: una ghirlanda, anch'essa di rose, le cingeva la fronte esotto di lei in lettere latine stava scritto <Sancta Rosalea>. ...una taccia di questo culto sia...che S. Rosalia  ritornando dal luogo del primo romitaggio si sia fermata in una grotta presso Monreale nella contrada di Buarra, e che lì per suo favore sia sgorgata una bella sorgente di acqua.  


........ L'abitatrice dell'orrosa Quisquina, la real Vergine del Signor delle Rose, la Figlia tua, la Solitaria.l'Eroica. L'Immortal Rosalia forma, o Palermo, la verace l'intera, l'immancabil tua gloria. Che? Al nome solo già il core coi palpiti ti balza in petto? Già il soave pallore ti sbianca il volto? Già sul ciglio ti corrono le dolci lacrime di tenerezza? Segui pur, fortunata, segui così dolci impressioni. Son io commosso, che ospite solo, e peregrino a tesser laude mi accingo, benchè inesperto , alla tua Figlia; non dovrai esserlo Tu , che sei di Essa e Patria , e Madre? Scorda per tanto qualunque onore, che vienti da Lei: volgi uno sguardo a quel Monte, che beato sovrasta alle tue mura; tempra il cor tuo insieme a riverenza, e stupore, e poi m'ascolta, Rosalia nell'involarsi dal mondo volle occultarsi a tutt'altri che a te, perchè il suo Nome sempre grande suonasse..... 

Libri in biblioteca...SOCRATE, processo a



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                Ed. 1973




IN UN CLAMOROSO PROCESSO ATENE UCCIDE IL SUO FIGLIO MIGLIORE

<Meleto accusa accusa Socrate dei seguenti delitti: primo, Socrate non crede agli dei di Atene, secondo, Socrate propone nuove divinità; terzo, Socrate corrompe la gioventù. L'accusatore ...chiede per il colpevole la pena di morte>. ...nell'Agorà ...Socrate è là in fondo sulla tribuna alla sinistra dell'arconte-re. Con il mantello drappeggiato con cura sulla spalla destra, se ne sta seduto tranquillo sulla panca degli accusati. Solo. La mattinata è limpidissima, in quel febbraio ateniese del 399 avanti Cristo, già intiepidita dai primi raggi del sole.
 

IO NON VENDO SAGGEZZA PERCHE' SO DI NON SAPERE

Sul tavolo dell'arconte-re l'acqua della clessidra scorreva qualche istante appena. Socrate ha iniziato la sua arringa difensiva. <Ho ascoltato con molto interesse cittadini ateniesi, le accuse di Anito e soci ma più di queste io temo le calunnie che da molti anni ormai circolano sul mio conto in Atene. Secondo queste accuse io sarei quel Socrate uomo sapiente che specula sulle cose celesti che investiga tutti i segreti dell'Aldilà che fa apparire più forti le ragioni più deboli. ....Socrate non corrisponde a quell'immagine della commedia  cosi come è assolutamente falso che Socrate si sia mai fatto pagare per istruire i suoi allievi . 
Io sono ignorante rispetto a quella saggezza da vendere di cui parlavo prima. Ma c'è un'altra saggezza che chiamerei umana e in questa io sono sapiente. Da cio sono nate le calunnie contro di me e su cio voglio chiamare a testimone qualcuno che è al di sopra di noi tutti. ...Io chiamerò a testimone davanti a voi il dio di Delfi, Apollo....Un democratico che tutti conoscete, Cherofonte, è staro a Delfi a interrogare l'oracolo. suo fratello può ben venire a testimoniare. <E' vero, mio fratello si recò al santuario di Delfi  e lì chiese alla Pizia se vi era la mondo qualcuno più saggio di Socrate>. <E che rispose Pizia?> <La Pizia rispose che nessuno al mondo è più saggio di Socrate>. Piomba sull'assemblea un silenzio agghiacciante: quasi si sente il gocciolare dell'acqua che scorre dal piccolo foro calibrato della clessidra. <La risposta dell'oracolo mi sorprese perchè non avevo proprio coscienza di essere saggio. Ma l'oracolo è la voce del Dio e non può mentire. Così mi misi alla ricerca del vero senso di quelle parole e andai a parlare con coloro che avevano fama di grande saggezza. Trovai il primo, un uomo politico  che ha dato il suo nome a tutta un'epoca della nostra città. Aveva certo l'aria di essere sapiente, soprattutto agli occhi degli altri..>. Ma in realtà non lo era. Cercai allora di far capire a questo brav'uomo che non era sapiente anche se credeva di esserlo. Ma da quel momento gli divenni odioso e anche i suoi amici cominciarono a evitarmi. Dentro di me però conclusi che davvero ero più saggio io di questo uomo: ciascuno di noi due forse non sapeva niente nè di bello nè di buono ma lui credeva di sapere e non sapeva, io almeno ero cosciente della mia ignoranza>. Dopo i politici sono andato a esaminare i poeti e quindi gli artigiani e gli artisti. Certo sono tutti assai capaci nelle loro arti senza dubbio molto più esperti di me. Ma appunto in quanto esperti nel loro mestiere presumono poi di sapere moltissimo anche nelle cose più importanti e difficili che in realtà non conoscono per niente. Così ho scoperto il vero senso dell'oracolo che significa questo: solo il Dio è sapiente, mentre poco o nulla vale la saggezza degli uomini. E' questa la ricerca o cittadini ateniesi che ha provocato intorno a me inimicizie e calunnie. Ma era un compito affidatomi dal Dio una missione che io ho continuato a portare innanzi senza soste per tutti questi anni, dedicandovi ogni momento della mia vita, e trascurando i miei affari e la mia famiglia>: 

IL CONTRADDITTORIO: SOCRATE VINCE IL PRIMO ROUND
E ora Socrate passa al contraddittorio diretto: <L'accusa sostiene che io corrompo i giovani. Io affermo invece cittadini ateniesi, che di questo reato proprio Meleto è colpevole poichè fa finta di occuparsi di problemi che in realtà nemmeno conosce e in questo modo si prende gioco delle cose serie. Vuoi venire a rispondere Meleto?  Così tu ti prenderesti grande cura dell'educazione dei giovani?, non è vero? gli chiede Socrate. Certo che sì, risponde Meleto. Chi secondo te rende migliore i giovani? -Le leggi. Sì le leggi. Ma chi conosce queste leggi? incalza Socrate. Loro, i giudici qui intorno. Ma solo i giudici o solo qualcuno di loro? Tutti quanti... C'è dunque abbondanza di buoni educatori! E anche di spettatori, laggiù in fondo, hanno una buona influenza sulla gioventù? Sì.. certamente, sillaba Meleto. E i membri del consiglio? Sì, per forza. Tutti gli ateniesi dunque a sentire, rendono migliori i giovani. Tutti tranne me che invece li corrompo. E' così? Si, sì è proprio questo che volevo dire.  Allora sono proprio un povero disgraziato, sorride sarcasticamente Socrate. E sono un disgraziato irrecuperabile.: ma lo è proprio per il fatto che tu di giovani non ne capisci nulla. Spiegami adesso un'altra cosa. E' meglio vivere tra le persone buone o tra le persone cattive? Cala di nuovo il silenzio. Via, ...non è vero forse che i malvagi fanno sempre del male a chi li avvicina mentre i buoni sempre del bene? Certo., mormora Meleto.. E ci può essere qualcuno che preferisca ricevere del male anzichè del bene  da chi gli sta vicino? Direi di no... Già, e secondo te, io corromperei i giovani e li farei malvagi volontariamente oppure senza volerlo? Volontariamente, conferma Meleto.
Sicchè allora a tuo giudizio, io non saprei ancora vecchio, come sono, quello che già sa un giovane della tua età: che se rendo cattivi quelli che mi stanno attorno, io corro il pericolo di essere poi trattato male da loro'. Quindi, conclude Socrate, o io non corrompo i giovani, o se lo faccio è senza volerlo. Ma in questo caso io dovrei essere solo ammonito e istruito dal popolo e non portato davanti a un tribunale che è incompetente a giudicare colpe non volontarie. ...Così dunque io corromperei i giovani insegnando loro a non riconoscere gli dei della città per seguire altre credenze. Oppure ho inteso male?
E' proprio quello che sostengo, risponde Meleto.... Secondo te, Meleto, si può credere nelle azioni umane senza credere che esistano gli uomini? Si può credere nelle corse dei cavalli senza credere che esistano i cavalli? Oppure alle sonate per flauto senza i suonatori?Si può credere a cose demoniache senza credere all'esistenza dei demoni? E si può credere a figli di dei senza credere nell'esistenza degli dei? La gente si interroga ad alta voce dietro le transenne, i giudici discutono sommessamente fra loro....Nel corso degli anni la vita in città è diventata più dura e più aspra per tutti. Le difficoltà economiche e i pericolo legati alla guerra, le pestilenze e le razzie dei nemici hanno profondamente scosso la popolazione. Come aver fede negli dei protettori della città quando la città è assediata e umiliata?  Che credibilità possono pretendere le spiegazioni razionali offerte dalla scienza, quando essa non sa trovare nessun rimedio efficace ai dolori.. Come si può avere stima di quei drammaturghi equivoci come Euripide che celebrano sentimenti ambigui e irrazionali . In qual considerazione si possono tenere quei filosofi che deridono le antiche virtù a cui insegnano il disprezzo per le istituzioni democratiche e insieme la liceità di tutti i possibili mezzi per arrivare al potere, dalla corruzione alla falsa propaganda, dalla provocazione all'assassinio terroristico? Con le tasche sempre piene di soldi e i capelli lunghi, spesso ubriachi di vino di canzoni e di donne, non sono stati forse questi "giovani d'oro" a profanare le sacre erme, nel 415 mutilandole tutte quante? Meglio dunque farli star zitti questi intellettuali scienziati o sofisti magari cacciandoli dalla città. Meglio affidarsi  agli indovini agli spacciatori di oroscopi ai maghi che sono in comunicazione diretta con le forze occulte.. E nessuno può negare che mai come ora, siano necessari ad Atene buon senso moderazione ordine. E Socrate, non ha smesso di circolare per le strade s sempre criticando con il suo abituale metodo ogni cosa gli capitasse sotto gli occhi....Bisogna però che Socrate la smetta una buona volta di ficcare il naso nelle più delicate faccende di Atene. Per colpa di Socrate abbiamo già sopportato diverse sciagure ora dobbiamo assolutamente evitare che la sua azione ci faccia subire ancora la punizione degli dei. Socrate avrebbe potuto sottrassi al vostro giudizio andandosene volontariamente in esilio. Ma poichè si è presentato in tribunale, non è possibile fare a meno di condannarlo a morte. E' da queste accuse di Anito che Socrate dovrà difendersi  … guarda a uno a uno i suoi giudici, fino a incontrare gli occhi di Anito. . <E anche se mi prometteste salva la vita a patto che smettessi di importunarvi con la mia ricerca, vi risponderei ugualmente di no: io vi onoro e vi amo, cittadini di Atene, ma più  di voi amo e onoro il mio Dio. E poiché è lui che me l’ha comandato io non smetterò mai di ragionare di esortarvi di ammonirvi. Non infastiditevi per quel che vi dico perché non lo faccio per difendermi ma per aiutare voi a non sbagliare.…Se uno è deciso a combattere veramente per la giustizia e insieme vuole conservarsi in salute fino a tarda età allora è meglio che rimanga un privato cittadino senza dedicarsi mai alla vita pubblica. Dalla clessidra l’acqua sgocciola sempre più lentamente: il tempo della difesa è quasi finito. Nella clessidra non c'è più acqua. < Ho finito cittadini,  conclude Socrate. Non tenterò di ispirarvi pietà facendo salire sul podio come fanno tutti in tribunale, figlioli e amici in lacrime: sarebbe una dimostrazione di incoerenza da parte mia, e un cattivo esempio per voi ...In seguito allo scrutinio dei voti legge a piena voce l'araldo, <Socrate è dichiarato colpevole. . Ora la parola torna a Socrate, proclama l'arconte-re. <Cosa proponi dunque per migliorare la tua pena?>...Il condannato allarga le braccia . <Quale pena? Senza dubbio quella che merito, non è vero? ....Quella che richiede Meleto, la morte, io non so se sia un bene o un male.. Dovrei chiedere il carcere? Un ammenda di denaro? Allora l'esilio? Ma non potresti startene ad Atene quieto e silenzioso senza disturbare nessuno? chiede una voce tra il pubblico.<Ecco il difficile> risponde Socrate pronto. < E' proprio questo che non posso fare e la ragione è semplice, anche se molti di voi non la comprendono: il Dio mi ha comandato di non stare mai tranquillo, di ragionare ogni giorno sulla giustizia e sulla virtù  e di continuare senza stancarmi  la ricerca sugli altri e su me stesso. Solo così la vita è, per me, degna di essere vissuta.>Come vi ho detto io non ho soldi. Anzi no, possiedo una mina d'argento. Allora propongo di multarmi per una mina d'argento.E' matto sul serio: un mina d'argento è il misero riscatto di uno schiavo. E va bene. Riprende Socrate, ci sono dei compagni che vogliono farmi aumentare l'ammenda, Platone , Critone, e anche Apollodoro, garantiscono sul mio conto per trenta mine. Mi multo allora per trenta mine. Giudicate voi....La proposta è stata respinta. L'assemblea ha deciso quindi che Socrate deve morire. Il condannato secondo l'uso, dovrà bere il veleno, la cicuta.  La parola è per l'ultima volta a Socrate. Se vuole, può esprimere le sue ultime volontà...il vecchio e saggio vagabondo è stato condannato a morte, quella che per tanti anni è stata la voce più nota di Atene, la sua coscienza fastidiosa, verrà soffocata e spenta. Ora la gente si accalca nell'Agorà per ascoltare le sue ultime parole in pubblico. < Bastava che aspettaste ancora un poco, cittadini di Atene che mi avete condannato e la morte sarebbe venuta da sè a liberarvi di Socrate. Così per la fretta avete legato il vostro nome a una grave colpa che offende tutta la città. I motivi della condanna non sono infatti quelli portati dall'accusa  ma piuttosto la mia sfrontatezza e impudenza nei vostri riguardi.. Il fatto è proprio questo che io non sono stato alle regole del gioco processuale: non vi ho parlato con la deferenza con l'ossequio che a voi fanno tanto piacere non vi ho supplicato con pianti e lamenti come siete abituati in tribunale....Ma davanti alla morte, prosegue Socrate, non ho voluto  essere vile, oggi come in guerra. State però attenti cittadini, perchè la malvagità corre corre più forte della morte...Oggi voi mi uccidete sperando così di liberarvi dall'obbligo di render conto della vostra vita: invece vi capiterà tutto il contrario, io ve lo predico. Al mio posto verranno infatti i giovani  di tutte le epoche a chiedere il rendiconto delle vostre azioni,  tanto più ostinati quanto più giovani. E voi continuerete a scandalizzarvi senza capire che non è uccidendo le persone che si può impedire loro di contestare il vostro modo di vita. Con questo vaticinio ho chiuso  definitivamente il discorso con coloro che mi hanno condannato....tutti gli avvenimenti di oggi sono stati graditi dagli dei e quindi sono sicuramente un bene. Morire può essere infatti solo una di queste cose: o l'insensibilità completa del nulla come un profondissimo sonno ristoratore, senza fine; o la migrazione dell'anima dalla terra in un altro mondo retto dalle supreme leggi della giustizia universale. In ogni caso non mi fa paura, perchè una grande verità mi conforta: nessun male può essere fatto all'uomo giusto, nè in vita nè in morte. Per questo non serbo rancore verso i miei accusatori  e i giudici che hanno votato contro di me. <E' proprio l'ora di andare, conclude Socrate. Io a morire e voi a vivere: chi di noi vada verso il destino migliore è oscuro a tutti, fuorchè a Dio.> E' passato quasi un mese dal giorno del processo....Anche nelle grotte della prigione giungono i primi pallidi raggi del sole. Colpito dalla luce l'uomo sdraiato sul lettuccio rigido appoggiato alla parete gira la testa e apre gli occhi. Si guarda attorno lentamente. <Oh sei tu, Critone....Ma non è ancora presto?><Sì, Socrate, è appena l'alba> risponde il vecchio. <E come mai il custode del carcere ti ha lasciato entrare?> <Mi conosce bene, ormai.... Senti, comincia, tu accetti la morte, ma i tuoi amici hanno preparato l'evasione. Lasciati persuadere e mettiti in salvo....Che direbbe la gente, prosegue Critone, se sapesse che i tuoi amici ti hanno lasciato morire senza cercare di aiutarti? Ma perchè dobbiamo pensare a quello che dirà la gente? Le persone oneste crederanno che le cose siano andate così, come era giusto, degli altri non vale la pena di preoccuparsi. Invece continui a sbagliare non curandoti di costoro. Sono capaci dei più gravi crimini con le loro calunnie. Come nel caso tuo, Socrate. Ti sbagli, Critone, risponde calmo il maestro. <La massa non è in grado di fare nè il male nè il bene. Certo la sua potenza è grande, ma è una potenza inconsapevole. La gente agisce così, per impulso, può mandare a morte qualcuno con la stessa facilità con cui poi lo richiamerebbe in vita, se ne fosse capace e sempre senza alcuna ragione al mondo. Ora Critone è seduto accanto al vecchio amico, e lo guada con occhi lucidi. - Ma tu devi vivere, Socrate...Caro Critone...Vediamo dunque se è giusto o no che io fugga dal carcere perchè è chiaro che in nessun caso bisogna commettere una ingiustizia neppure per reagire a una precedente ingiustizia.. Sono le idee i pensieri elaborati e approfonditi insieme in tutti quegli anni -sulla giustizia, sull'uomo. sulla società- che vengono ripresi in esame. In una parola è la concezione politica di Socrate che viene messa alla prova nel momento più drammatico della sua vita. Per il vecchio filosofo infatti l'unica e autentica realtà umana consiste nell'essere uomo in mezzo agli altri uomini: quindi egli deve sottoporsi alle leggi che regolano le istituzioni sociali e politiche della comunità: sottrarsi alle leggi del proprio Stato , della propria civiltà vorrebbe dire distruggere questo rapporto armonioso tra sè e gli altri, quindi cessare di essere veramente e interamente uomo. L'uomo di Socrate perciò accetta le istituzioni ma non per obbedienza bensì per elezione per libera scelta. Ed è questo senso della totale sublime libertà e dignità dell'uomo propugnato dalla rivoluzione di Socrate che i governanti sconcertati non possono tollerare..Violando le leggi ora, egli cancellerebbe in un momento solo tutto l'impegno e il senso stesso della sua vita. Avrebbero ragione quelli che mi hanno condannato, dice i  filosofo....dovei continuare a vivere piegando la testa qua e là davanti a tutti e ringraziare come un debitore  No Critone, io berrò la cicuta.Non sarà una cosa giusta, d'accordo ma non per colpa delle leggi: la colpa è degli uomini che usano male queste leggi . Altri argomenti non mi vengono in mente, mio dolce amico., gli dice Socrate  affettuoso.. E credo che nemmeno tu potrai trovare le parole adatte a farmi cambiare idea. Ma parla pure se hai qualcosa da aggiungere

LA CICUTA E' PRONTA


(dal Fedone di Platone, traduzione di Francesco Adorno, Editori Laterza 1970).



                                               


PUO' LA MAGGIORANZA AVERE TORTO? 

di 

Luciano Canfora

I cinquecento giudici che condannarono Socrate costituivano un significativo campione della cittadinanza ateniese. Non è inutile ricordare il meccanismo grazie al quale venivano scelti. La base di partenza per formare una corte era una lista di seimila cittadini, probabilmente volontari, redatta annualmente: semplici cittadini, non esperti di diritto. Nel caso del processo di Socrate si può agevolmente stabilire che i giudici fossero 500; una cifra probabilmente piuttosto usuale. Ogni giuria aveva piena autorità e competenza. I cittadini giudici avevano un salario di tre oboli al giorno: quanto bastava per vivere.Perciò  soprattutto  i non abbienti ambivano ad essere sorteggiati. Al giudizio si giungeva per successive fasi. Il processo contro Socrate per una accusa di empietà fui in realtà un processo <politico>. Perchè si colpiva in lui l'ispiratore degli uomini risultati maggiormente nocivi alla città ma anche politico in una accezione più vasta, in quanto il processo alle idee era di fatto un modo alquanto terroristico di esercitare un controllo sulle devianze. E appunto come maestro di devianza Socrate veniva processato.. I cinquecento cittadini tirati a sorte che lo giudicarono vedevano in lui un disturbatore critico del sistema politico vigente e, insieme, un empio negatore degli dei e dunque delle basi etiche su cui poggiava la vita della comunità. Noi non abbiamo nè il testo nè il resoconto di ciò che Socrate disse a propria difesa durante il processo. Socrate in tutta la sua vita non lasciò nulla di scritto, evidentemente per una precisa scelta volta a privilegiare il dialogo rispetto alla asserzione, la ricerca rispetto alla certezza: Tanto meno provvide come avrebbero fatto altri, a mettere per iscritto la sua autodifesa pronunciata in tribunale: 

Fu Platone che mise per iscritto la Apologia di Socrate ispirandosi con molta probabilità a quanto Socrate aveva effettivamente detto.  

ECOLOGIA

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Città sognate. Sono...le città possibili, mai nate davvero, che l'uomo contrappone-nei laboratori della fantasia e dell'astrazione-alla miseria della realtà. <Utopie> urbane di tempo in tempo vengono evocate, descritte o disegnate, come proiezioni immaginarie -dentro spazi ideali-di società più razionali e giuste di quelle reali: <perfette> secondo le regole costruite a tavolino di una ragione teorica. <Idee di città> d'altra parte sottendono, come modelli di riferimento sempre incompiuti, la formazione di ogni città concreta. Esse non precedono la vita, e non ne vivono  una propria. Ma esiste nella storia un rapporto dialettico, incessante e drammatico, tra città e società, idea di città; la sua <città sognata>. Finora, cioè è stato sempre espresso nella <figura della città>. Le condizioni contemporanee hanno reso problematica la replica di quel rapporto, identico a se stesso. Tutti i suoi termini registrano crisi di identità o credibilità: la forma e la stessa organizzazione della città; il ruolo dell'idea - in particolare dell'utopia- nella dialettica della storia; lo stesso contratto sociale nell'epoca delle società industriali di massa. Proprio perchè quel rapporto oggi è in crisi pur apparendo irrinunciabile, è opportuno occuparsi di un argomento apparentemente meno urgente di tanti problemi immediati della città esistente. ...
Poichè modelli e idee non si muovono per vita propria, è importante essere consapevoli di chi e come li fa agire ; essere in grado di leggerne la chiave di funzionalità sociale, di gestirli (o contrastarli) anzichè esserne gestiti . In secondo luogo, non dobbiamo disconoscere  la connaturata duplice dimensione dell'utopia  (come dell'immaginazione artistica, o del sogno) . Costruendo una realtà alternativa-attraverso una invenzione liberata dai vincoli contingenti ma da essi stimolata - la città sognata da un lato  opera una fuga nevrotica dai problemi del mondo; oppure una loro mistificazione. Corre continuamente il rischio di allontanare il pensiero  dalla città concreta; o di giustificarla nel nome di una immagine abbellita, sublimata, ideale. Ma dall'altro lato rimane vero che proprio attraverso l'utopia  (l'arte, il sogno, la scoperta di nuovi rapporti attraverso la fantasia) si riesce talvolta ad evadere dall'abitudine di società già date, cercandone di migliori nelle forme di migliori città. Vale al pena di correre il rischio dell'utopismo, allora, per disporre degli strumenti innovativi dell'utopia. Infine, non è possibile modificare un'attualità sgradita con un futuro migliore senza il riferimento di un modello su cui esercitare un desiderio capace di suscitare la coesione degli attori sociali in grado di progettare e realizzare la trasformazione. Si può essere delusi quanto si vuole dalle ricorrenti strumentalizzazioni dei modelli: e perciò smagati. Ma tra disincanto e cinismo il passo è breve e pericoloso. Lo diciamo perchè proprio chi sia più cosciente delle carenze materiali della città (e più impegnato nella sua modificazione empirica) rischierà di ritenere ineffettuale e perfino colpevole un lavoro oltre la gabbia di un bieco realismo; e perciò esornativo il tema qui proposto . Rischierà di non accorgersi di essere gestito- nei suoi frammenti di realtà- da disegni più generali dalla cui comprensione, nonchè formazione , riamane escluso. La  partecipazione popolare  alla gestione della città è sicuramente il fattore progressivo più capace, negli ultimi anni, di costringere l'urbanistica ad un salto di qualità. Ed è, apparentemente, quanto di più lontano possa darsi dal mondo delle idee, dei modelli delle utopie. Le sue prime difficoltà però ci avvertono: lo scontro di posizioni settoriali e corporative, il ricorso  a modelli di comportamento e di insediamento già imposti e banalizzati dalla logica dominante, non sono sintomi sottovalutabili.
In mancanza di una visione del mondo, di idee alternative di società e perciò di città su cui esercitare il desiderio e la lotta di trasformazione, la partecipazione rischia di mobilitare nuove energie per perseguire obiettivi vecchi con strumenti spuntati. La partecipazione come utopia regressiva. Invece è proprio attraverso una partecipazione popolare , capace di farsi carico nonchè di frammenti anche di disegni complessivi, che il Paese potrebbe- anche per l'urbanistica- superare il rischio di fasi involutive. ... 


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con l'argomento al tempo del CoronaVirus



Gesualdo Bufalino DICERIA DELL'UNTORE


DICERIA: Discorso per lo più non breve detto di viva voce; poi anche scritto e stampato... Di qualsiasi lungo dire, sia con troppo artifizio, sia con troppo poca arte... Il troppo discorrere intorno a persona o cosa...
Tommaso Bellini

UNTORE: Dispensatore et fabbricatore delle onti pestiferi, sparsi per questa Città, ad estinzione del popolo..
 (Carte del processo, 1630)

... Era veramente divenuto un gioco, alla Rocca, volere o disvolere morire, in quell'estate del quarantasei, nella camera sette bis, dove ero giunto da molto lontano, con un lobo di polmone sconciato dalla fame e dal freddo, dopo essermi trascinata dietro, di stazione in stazione, con le dita aggranchite sul ferro della mainiglia, una cassetta militare, minuscola bara d'abete per i miei vent'anni dai garretti recisi. Non avevo altro bagaglio, nè vi era dentro gran che: un pugno di ricordi secchi, e una rivoltella scarica fra due libri, e le lettere di una donna che ormai divorava la calce, fra Bismantova e il Cusna, sotto un cespuglio di fiori che avevo sentito chiamare aquilegie. A me meno frigide ghirlande erano promesse, appena la franchigia fosse scaduta e mi fossi stancato di raccogliere in difesa, come un quadrato di veterani, i sentomenti superstiti che mi facevano vivo. Non mancava molto oramai: già erano scomparse l'incredulità e la vergogna dei primi tempi, quando ogni fibra è persuasa ancora d'essere immortale e si rifiuta di disimpararlo. Ma sopravviveva il rancore, anche se, sotto la specie di una loquace pietà ..........
  

                                                   Albert Camus  LA PESTE

 









Alessandro Manzoni  STORIA DELLA COLONNA INFAME



Con NOTA DI LEONARDO SCIASCIA

In\un frammento del Gazzettino del Bel Mondo, Foscolo dice: <Addison vide in Milano la colonna infame eretta nel 1630, a ignomia di un barbiere e di commissario di sanità condannati al taglio della mano, ad essere squarciati a brani con tanaglie roventi e sgozzati dopo sei ore di agonia. La peste desolava allora la città; e quei due miseri furono accusati di avere sparso veleni e malie per le strade ad accrescere la pubblica sventura. A che pro? I posteri, vergognando della ferocia stolida dei loro maggiori, rasero la colonna infame innanzi la rivoluzione. Addison  la vide nel 1700, e ricopiando l'iscrizione, che gli parve di legante latinità, narra bonariamente il fatto, come s'ei l'avesse creduto. Eppure era uomo investigatore! Or non avrebbe egli illuminato i suoi concittadini e i posteri, se si fosse interessato d'altro che della bella latinità? Chè, se avesse interrogato gli uomini illuminati d'allora, e indagato la verità, avrebbe potuto trovare le stesse ragioni che Bayle notò di quell'infelice avvenimento>. 
Ma a che prendersela con l'Addison, in quel caso viaggiatore svagato e soltanto attento al bel latino, se nemmeno il bell'italiano di Manzoni, illuminando quel fatto, è riuscito a portarlo alla coscienza dei suoi concittadini, contemporanei e posteri? Se ancora questo piccolo grande libro resta tra i meno conosciuti della letteratura italiana?
Ma andiamo per ordine.
La credenza  che la peste e colera venissero artatamente  sparsi tra le popolazione è antica. La registra Livio, per come ricorda Pietro Verri nelle sue Osservazione sulla tortura, che appunto muovono dai funesti casi cui la credenza dette luogo nel 1630: <Veggiamo i saggi Romani istessi, al tempo in cui erano rozzi, cioè l'anno di Roma 428 sotto Claudio Marcello e Cajo Valerio, attribuire la pestilenza che gli afflisse a' veleni apprestai da una troppo inverisimile congiura di matrone romane>. Al tempo in cui erano rozzi: perchè pare che, meno rozzi, tra loro più non sia insorta quella credenza. E c'è da credere si fosse del tutto spenta nei secoli successivi, e fino al XIII e XIV. Non ne troviamo traccia, infatti, nei cronisti, che pure abbondano di notizie sulle epidemie pestifere, del due e del  trecento. Nelle loro pagine, le tremende epidemie non trovano altra causa che il volere di Dio e l'influsso degli astri; e la propagazione del morbo ad altro non è attribuita che agli scambi e ai viaggi. Per tutti., Giovanni Boccaccio: <Dico adunque che già erano gli anni della fruttifera Incarnazione del Figliuolo di Dio al numero pervenuti di milletrecento quarantotto, quando nell'egregia città di Firenze, oltre ad ogni altra italica nobilissima, pervenne la mortifera pestilenza, la quale o per operazion de corpi superiori o per le nostre inique opere da giusta ira di Di a nostra correzione mandata sopra i mortali, alquanto anni davanti  nelle parti orientali incominciata, quelle d'innumerabile quantità di viventi avendo private, senza ristare d'un luogo  in un altro continuandosi, inverso Occidente miserabilmente s'era ampliata>. La giusta ira di Dio o il movimento dei corpi celesti. Ma nel secolo XVII ecco ridivampare e diffondersi quella lontana credenza: ben più ricca, articolata, dettagliata e , perfino codificata.  Una ricaduta nella rozzezza, nell'oscurità, non basta a spiegarne il violento ritorno. Ci sarebbe da formulare una ipotesi suggestiva: che la credenza sia sorta come una specie di contrappasso diretto alla <ragion di stato >; cioè nel momento in cui veniva ad essere constatata, conseguentemente dottrinata, la separazione della politica dalla morale. Ma ci vorrebbe, ad affermare una simile ipotesi, più meditazione  e ricerca Quel che sappiamo quasi con certezza, qui ed ora, è che nel secolo XIV nessuno avanza il sospetto di una peste manufatta e diffusa, da persone convenientemente immunizzate, per decisione del potere (visibile o invisibile) o di una associazione cospirativa contro il potere o di un gruppo delinquenziale  che si propone, nella calamità, .....

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Edgar A. Poe LA MASCHERA DELLA MORTE ROSSA







Da lungo tempo la Morte Rossa devastava il paese. Nessuna pestilenza era stata mai cosi orribile o cosi fatale. Il suo avatar era il sangue e il suo marchio il rosso e l'orrore del sangue. Si avevano dolori acuti, un'improvvisa vertigine, e poi il sangue  che sgorgava abbondantemente dai pori, e infine la dissoluzione. Le chiazze scarlatte sul corpo, e specialmente sul volto, erano il bando che proscriveva la vittima dall'aiuto e dalla simpatia del prossimo; e l'attacco e il progresso e l'esito del male erano vicende d'una mezz'ora. Ma il Principe Prospero era felice, e intrepido, e sagace,. Quando i suoi domini furono mezzo spopolati convocò, fra cavalieri, e dame della sua corte, un migliaio d'amici sani e allegri e con loro si ritirò nella profonda solitudine d'una delle  sue abbazie fortificate. Era un edificio vasto e magnifico, creazione del gusto eccentrico ma augusto del Principe. Lo cingeva un muro alto e forte, munito di cancelli di ferro. I cortigiani, dopo esservi entrati, portarono grossi martelli e ne saldarono i catenacci, poichè avevan risoluto di negare qualsiasi entrata o uscita agli improvvisi attacchi della disperazione dall'esterno, o della frenesia dell'interno..L'abbazia era assai bene approvvigionata. Con tali precauzioni, i cortigiani potevano sfidare il contagio. Che il mondo esterno provvedesse a se stesso. Nel frattempo, sarebbe stata una pazzia rattristarsi o pensare; il principe aveva provveduto a tutti i piaceri; vi erano buffoni, improvvisatori, ballerini e musici, v'erano la bellezza e il vino. Dentro , v'era tutto ciò, e la sicurezza-fuori, v'era la Morte Rossa.
Sul finire del quinto o sesto del suo ritiro, durante il massimo infuriare della peste al di fuori, il Principe Prospero intrattenne i suoi mille amici con un ballo in maschera della più rarar magnificenza. Fu uno spettacolo voluttuoso, quella mascherata. ......
E,...accadde che, prima che gli ultimi echi dell'ultimo concento si fossero spenti nel silenzio, molte persone ebbero agio di notar la presenza d'una figura  mascherata che prima non aveva destato l'attenzione d'alcuno. E, poichè la notizia di questa nuova presenza si diffuse intorno con lunghi bisbigli, si levò alfine dall'intera comitiva, un mormorio un parlottìo di disapprovazione e di sorpresa e da ultimo, di terrore d'orrore  e di disgusto. ....
Levando in alto una daga sguainata egli si slanciò contro la figura che indietreggiava; e già era solo e tre o quattro passi da essa, quando questa, giunta in fondo alla sala di velluto, si voltò bruscamente e affrontò l'inseguitore. S'intese un grido lacerante, e la daga cadde balenando sul tappeto di velluto, dove, immediatamente dopo , s'abbatteva morto il Principe Prospero. . Allora, chiamando a raccolta il coraggio pazzesco  della disperazione un gruppo d'ospiti si precipitò nella sala nera e afferrata la maschera la cui alta figura s'ergeva immobile nell'ombra dell'orologio  d'ebano , si sentì che il sudario e la maschera cadaverica che avevano agguantato con sì violenta energia non nascondevano alcuna forma tangibile. . Riconobbero allora, la presenza della Morte Rossa, era venuta come un ladro nella notte.....,. e la tenebra e il disfacimento e la Morte Rossa ebbero su tutte le cose il loro illimitato dominio.

Libri in Biblioteca

GLI DEI DEL CIELO 
(in breve) 
                        pag. 25 



ZEUS/ Giove
L'idea della suprema divinità si è nelle origini associata al fenomeno naturale della luce del giorno e del brillare del cielo. Da questo concetto di Dio celeste derivano appunto le attribuzioni varie di Zeus. Egli presiede ai fenomeni  atmosferici; alle attribuzioni fisiche del sommo Iddio fanno riscontro le morali. Egli vien detto padre degli Dei. Il sacro dovere dell'ospitalità è tutelato da Zeus. E' il protettore della famiglia. Intorno a  lui molte leggende. Figlio di Crono e di Rea sottratto alla crudeltà del padre venne allevato in un antro segreto dell'isola di Creta, ricevette il latte dalla capra e perchè i suoi vagiti non si sentissero i sacerdoti di Rea  fecero un gran fracasso battendo le spade contro gli scudi. Divenuto adulto, secondo la leggenda non disdegnò il cercar sollazzo negli amori di molte donne.  Al Zeus greco corrisponde il Iuppiter dei Latini,  

ERA/ Giunone 
Figlia maggiore di Crono e di Rea, sorella e moglie di Zeus, è la divinità femminile del cielo, come Zeus ne è la divinità maschile. Gli attributi di lei corrispondono esattamente a quelli di Zeus. Era veniva dipinta come gelosa e maligna. Nelle leggende greche Era veniva celebrata come rappresentante del vincolo coniugale e la nobiltà della donna che serba costante fede al marito trovava in lei la sua più alta espressione. Quindi considerata come Dea protettrice del matrimonio e delle mogli, datrice di fecondità  e maternità. Giunone era la Dea romana che s'identifica con Era .

PALLADE ATENA/ Minerva
Figlia di Zeus, essendo balzata fuori tutta armata...dal cervello di lui, dopochè egli aveva ingoiato la sua prima sposa Metis Atena era deità bellicosa ma benefica, come quella ch'era nata in mezzo alle lotte celesti e coll'arme in pugno ma era anche contemporaneamente Dea della quieta e serena luce celeste, quindi della pace della saggezza . . I caratteri morali di Atena sono connessi coi fisici; ella rappresenta la luce dell'intelligenza che guida gli uomini sia in guerra sia in pace . . Identificata con Minerva.

APOLLO
Figlio di Zeus e di Leto o Latona. Narravasi che perseguitata dalla gelosia di Era, la povera Leto fosse stata costretta a peregrinare di terra in terra prima di trovar luogo sicuro dove dare alla luce o suoi figli. Finalmente nell'isola di Delo partorì Apollo e Artemide. . Febo Apollo è un Dio raggiante il Dio della benefica luce il sole che vien fuori dal grembo della notte. Il culto di Apollo era diffusissimo fra i Greci come generale doveva essere la venerazione verso una divinità datrice di tanti beni fisici e morali. . L?apollo della mitologia romana non è una deità italica ma è lo stesso Apollo greco molto per tempo accolto nel Panteon di Roma. Le colonie greche dell'Italia meridionale furono il tramite per cui il greco Apollo penetrò fra i Latini. Prima come Dio della divinazione, poi come medico e musico..

ARTEMIDE/Diana
Figlia di Zeus e di Leto, Artemide partecipa della natura di suo fratello Apollo. Essa è la Dea della luce lunare come Apollo è Dio solare. . Pensata come Dea benefica era però armata di arco e frecce, adopera l'armi sue contro gli esseri cattivi  o mostruosi ch'essa odia. Si diletta della caccia . Si vendica fieramente dei rinomati cacciatori che con lei vogliono gareggiare . Dopo la caccia la Dea si compiace tuffar le sue snelle membra dentro qualche fresco corso d'acqua circondata dalle sue ninfe. . Dal lato morale Divenne la dea della castità la protettrice delle giovani donzelle fino al momento del matrimonio. Diana era la Deità italica con cui si identificò l'Artemide dei Greci.

ARES / Marte
Venendo ai figli di Zeus e Era, il primo è Ares, Dio della guerra ma nel suo lato più brutale.Nemico della serena luce del spole e della calma dell'atmosfera avido di disordine e di lotta Ares era detestato dagli altri Dei anche da Zeus. Venne però vinto in guerra da Atena, espressione simbolica del maggior valore che ha in battaglia il prudente coraggio in confronto della forza selvaggia e temeraria,. Non molto diffuso era nella Grecia il culto di Ares. Il Dio italico identificato con Are è Marte che nella bellicosa Roma divenne Dio guerriero .

EFESTO / Vulcano
Altro figlio di Zeus e di Era. Dio del fuoco. Elemento importante nella natura. Raggiante, riscaldante che anche esce fuori dalle viscere della terra per la via dei vulcani e dominato dall'uomio rende possibile la lavorazione dei metalli, condizione indispensabile per lo sviluppo dell'arte e della civiltà. Lo si pensava zoppo , immagine dei movimenti vacillanti della fiamma Narravasi che Era vergognandosi della bruttezza di lui lo aveva gettato dal cielo giù nel mare. E altri racconti come espressione in un linguaggio mitico, della caduta del fuoco dal cielo in terra . Non molto esteso era nella Grecia il culto di Efesto . In occidente la regione dell'Etna, la Campania del Sud e in genere le terre vulcaniche erano naturalmente sede de culto di Efesto. Specialmente l'isola di Lipari  una delle Eolie, era detta l'isola di Efesto. I omani chiamavano questo Dio, Vulcano colui che presiede alla fusione dei metalli. Questo Dio benefico principe del fuoco terrestre utile alla vita e alla civiltà era nelle antiche leggende italiche fatto sposo di Maia antica deità latina .

ERMES/ Mercurio
Figlio di Zeus e di Maia figlia di Atlante. Poco dopo la nascita egli avrebbe dato prove manifeste della destrezza ed abilità che costituivano il fondo della sua indole. Giacchè, nato al mattino verso il mezzogiorno esce dalle fasce e del guscio di una tartaruga trovata dinanzi alla caverna si forma una lira e suona e canta. Verso sera va nella Pieria dove Apollo stava pascolando le greggi degli Dei e gli ruba cinquanta giovenche e via le conduce  e le nasconde con tal arte che non se ne può scoprir traccia. Poi torna zitto zitto a Cillene e si riacconcia  nelle sue fasce. Ma Apollo non poteva ignorare la cosa ed ecco se ne viene alla grotta di Cillene  per obbligare Ermes a restituire il mal tolto. Ermes fa lo gnorri e recisamente nega il fatto; onde Apollo a forza lo dovè condurre davanti il trono di Zeus lasciando a questo il decidere la contesa. Anche allora stava Ermes in sul niego, ma Zeus, capita la cosa gli diè ordine di cercare insieme con Apollo le giovenche e di restituirgliele. Così vien fatto Apollo poi, udito Ermes sonar la lira, tanto se ne compiacque che pur di averla gli lasciò le cinquanta giovenche. Così Ermes diventò Dio pastore ed Apollo d'allora in poi prese diletto dell'arte musica. A dar segno di una compiuta riconciliazione, Apollo donò al fratello la verga d'oro a tre rampolli datrice di benessere e prosperità e d'allora in poi vissero in rapporti di intima amicizia, benefici entrambi all'umanità. Apollo rappresentante del lato più alto dell'intelligenza, Ermes del senno e della scaltrezza pratica. Ermes era il messaggero degli Dei e l'esecutori dei loro ordine.  Apportatore dei sogni e conciliatore del sonno, era anche il Dio che dava facilità dell'eloquio a chi lo invocava nel bisogno. Il Mercurio dei latini era iL dio dei commerci e aveva pochi tratti comuni coll'Ermes greco .

AFRODITE/ Venere
In Omero Afrodite è figlia di Zeus e di Dione, quella che a Dodona era venerata come la sposa di Zeus. Ma questa leggenda cedette il luogo ad un'altra secondo la quale Afrodite sarebbe nata dalla schiuma del mare e la prima terra a cui approdò sarebbe stata l'isola di cipro.  Di qui gli epiteti di Anadiomene  e Ciprogenia. Essa era immaginata bella e fiorente . Essa era immaginata bella e fiorente . Concetto mescolato con un altro concetto quello della forza d'amore che penetra tutto l'universo e lo feconda. . Presto si distinsero tre aspetti di questa Deità contrassegnati coi nomi di Afrodite Pandemo,  Afrodite Urania e Afrodite Pontia: La prima era l'Afrodite terrena, protettrice anche di amori volgari, la seconda era la Dea dell'amore celeste, datrice di ogni benedizione la terza era l'Afrodite  marina patrona della navigazione e dei naviganti. Così il dominio di Afrodite s'estendeva su tutta quanta la natura. IL culto di Afrodite ebbe una straordinaria estensione in tutte le regioni ove le stirpi elleniche si stanziarono e dominarono. Venere era un'antica Deità italica, la Dea della primavera del sorriso della natura onde a lei era sacro il mese dei fiori, l'Aprile. Il nome stesso di venere significa bellezza e grazia. In Italia questa deità ebbe anche un'importanza politica, credendosi ch'ella esercitasse una benefica influenza sulla concordia fra i cittadini e sulla socievolezza tra gli uomini. Dall'importanza che il culto di una tal Dea aveva presso i Latini, provenne che quando Venere si fuse con Afrodite e le leggende di questa furono accolte in occidente facile  ascolto trovò anche la leggenda di Enea detto figlio di Venere e immaginato come fondatore della stirpe romana.


DIVINITA' SECONDARIE DEL CIELO

ESTIA/Vesta
GIANO
QUIRINO
ELIO/Sole
SELENE/Luna
EOS/Aurora

GLI ASTRI
I VENTi
LE MUSE
LE GRAZIE
LE ORE
LA VITTORIA
IRIDE
EBE
GIANIMEDE
EROS
ILIZIA
ASCLEPIO
LE MOIRE
NEMESI
LA FORTUNA




Libri in biblioteca...MITOLOGIA CLASSICA

LIBRI IN BIBLIOTECA


Felice Ramorino 

MITOLOGIA CLASSICA
illustrata




Quasi tutti i popoli della terra, negli albori della vita intellettuale e sociale, crearono una quantità di favole e racconti intorno agli Dei della loro fede e agli uomini più valenti di loro stirpe; i quali racconti propagati per tradizione orale attraverso ai secoli e alle generazioni, allargati via via con nuove aggiunte e mutazioni, divennero  il più prezioso patrimonio intellettuale di quei popoli e come il tesoro contenente, sotto il velame della favola immaginosa, l'espressione delle credenze, dei sentimenti, dei ricordi nazionali. Ma niun altro popolo è stato mai così ricco e geniale nella creazione di tali racconti, quanto gli antichi Greci la cui feconda immaginativa faceva sì che essi non concepissero i fenomeni naturali se non come animati da uno spirito  quasi umano nè i fenomeni dello spirito se non come incarnati sensibilmente. 

Miti si denominarono  con voce greca questi racconti, e Mitologia l'esposizione ordinaria di essi. Mito significa propriamente parola,  discorso e designa quel che si dice o si narra intorno a un soggetto qualsiasi. In fondo lo stesso significato ha la voce leggenda e si parla quindi spesso di leggende mitologiche; ma è invalso l'uso di chiamare preferibilmente miti le narrazioni che riguardano gli Dei e le leggende che che concernono gli Eroi. La mitologia dei Greci e dei Romani suol essere detta Mitologia classica per distinguerla da quella d'altri popoli.


I popoli politeisti ignorando il concetto della creazione per opera di Dio, non potevano avere sull'origine del mondo se non idee destituite di fondamento razionale spesso contraddittorie  e pressocchè infantili  o grottesche.
Esiodo narra come il mondo ebbe origine dal Caos .. ..nel senso etimologico di uno spazio vuoto, quasi voragine vuota e tenebrosa. 
Al caos sorse primamente, non si dice come, GEA, la terra, dalla quale subito si distaccò il TARTARO o  Inferno; poi comparì EROS, l'amore che unisce . ...Di poi mentre il Caos generava ancora l'EREBO , le prime tenebre, e la NOTTE, i quali  a lor volta ebbero figli in tutto diversi, l'ETRA e il GIORNO, Gea da sè produceva URANO ossia il  cielo, le montagne, e il PONTO o mare. 

Qui cominciano i connubi. si raccontò che Gea si fosse unita prima con Urano  e poi con Ponto; evidentemente si traduceva in linguaggio mitico il fenomeno naturale della terra fecondata dalle pioggie e dalle acque. 
Prodotti dall'unione di Gea e di Urano furono i Titani, i Ciclopi, gli Ecatonchiri o Centimani. 

I TITANI (dodici, di cui sei maschi e sei femmine accoppiati a due a due: OCEANO, il gran fiume che circonda la terra e TETI, l'umidità che pervade e nutre . Da questi, eran figlie le ninfe OCEANINE IPERIONE, TEA, da cui ELIO, SELENE, EOS, CEO FEBE, LETO e ASTERIA, infine CRONO e REA (un ringiovamento della coppia Urano-Gea). Oltre queste coppie tra i Titani vanno ricordati GIAPETO e tre divinità che personificano tre concetti morali: CRIO; TEMI; MNEMOSINE

I  CICLOPI erano tre: BRONTE STEROPE ARGE (fenomeni elettrici).

Gli ECANTOCHIRI erano te: COTTO,BRIAREO, GIGE (le forze sconvolgitrici della natura) . 

In unione col Ponto, Gea generò divinità marine: NEREO TAUMANTE, padre di Iride e delle Arpie; FORCHI e CHETO e EURIBIA

Cominciò una lunga lotta detta Titanomachia: Urano temette di perdere la signoria dell'universo per opera dei suoi figli minori. Spodestato Urano, cominciò il regno di Crono ma neanche questo  doveva essere lungo e felice. Infatti Crono temendo di essere detronizzato da uno dei suoi figli li ingoiava tutti appena nati; ma quando nacque l'ultimo figlio ZEUS, Rea lo nascose  mettendo nelle fasce una pietra che Crono ingoiò. Così Zeus fu salvo e fatto adulto mosse contro Crono. Cominciò la lotta detta Titanomachia  . Con questo mito si rappresentava il gran conflitto di forze della natura. Crono perdette il regno. Zeus divenuto signore  dell'universo  divise questo dominio con suoi due fratelli, riservando a sè il Cielo, lasciando a Posidone il governo del mare, ad Ades quello del Tartaro, la terra rimase neutrale. 
Nasce una nuova lotta (Gigantomachia): Gea crucciata per l'imprigionamento di parecchi dei Titani si unì con Tartaro  e dato alla luce un nuovo mostro che lo indusse a muovere contro Zeus  per rovesciarlo dal trono. Dalla grande battaglia, la signoria di Zeus durò incontrastata.
Tutte le divinità erano raggruppate intorno a Zeus detto padre degli dei e degli uomini. 
Gli Dei del Cielo, gli Dei dell'oceano  e delle Acque, gli Dei della Terra  e dell'inferno.. 
Zeus il Dio supremo del mondo, il Dio per eccellenza.

..................continua



Libri in Biblioteca


PETRU FUDDUNI 
I VERSI DI UN MITO





Prefazione di Pino Caruso

La prima volta che sentii parlare di Petru Fudduni avrò avuto sì e no 12 anni. Passavo per via Discesa dei Giudici (dietro il cinema-teatro Finocchiaro a Palermo) quando fui attratto da un assembramento che si era creato in un angolo della strada, attorno a qualcosa o qualcuno che non riuscivo a distinguere. "ma che è?" . Chiesi ad un passante.
"Petru Fudduni" fu la risposta. Incuriosito mi avvicinai e carponi, cercai di farmi largo tra una gamba e l'altra di quel pubblico che sembrava divertirsi: lo sentivo ridere sopra la mia testa. Guadagnai un posto di prima fila e... "Petru Fudduni altri non era che un giovanissimo Franco Franchi. Per il lettore non palermitano dirò che Petru Fudduni era un poeta popolare vissuto a Palermo -non si hanno date precise-tra il 1600 e il 1670. Di mestiere faceva l'intagliatore di pietre; ma conquistò subito una grande popolarità per la sua capacità di improvvisare versi e per la sua carica polemica e protestataria nei confronti del potere, e, quindi, delle ingiustizie e delle soperchierie del potere stesso.
Divenne, cioè, in  breve tempo l'interprete più colorito e fantasioso del malcontento popolare. 
E tale rimase nella fantasia dei palermitani, non solo dopo che il potere lo assorbì, gratificandolo con riconoscimenti accademici, ma anche dopo la sua morte. Io non ho  nè l'autorità nè la competenza per potere parlare di Petru Fudduni poeta, e quindi lascio a chi ha l'una e l'altra il compito di farlo. Ma, come cittadino palermitano, penso mi sia consentito rilevare il carattere simbolico che la figura di Petru Fudduni ha assunto nella città di Palermo. "Morto il poeta, viva il poeta, esso ha trovato subito la sua reincarnazione in un altro, fino a trovarlo vivo io stesso sotto le spoglie di Franco Franchi che, a suo modo, prima di diventare attore. Il popolo ha sempre avuto bisogno dei poeti, perchè il popolo non è stato mai padrone di niente, nemmeno delle parole, e i poeti invece sono le parole. Ma questo, se spiega,-ove lo spieghi- il successo che in vita ebbe Petru Fudduni, non spiega certo la sua "vitalità" storica. Il popolo, seppellito Petru Fudduni, poteva benissimo scegliersi un nuovo poeta anzichè ostinarsi a far resuscitare - o meglio a non fare morire- sempre lo tesso Perchè "morto Petru Fudduni se ne fa un altro?" Perchè Petru Fudduni non era soltanto il paladino degli umili e degli oppressi  ma anche, pur essendo povero, un personaggio vincente. Un personaggio che vinceva con nient'altro  che non gli fosse stato dato dalla natura: con l'arguzia cioè e l'intelligenza fatte parola. E questo, in moneta sonante, pe il popolo significava speranza. La speranza di poter vincere un giorno la boria, la ricchezza prevaricatrice e la prepotenza con la sola forza delle idee. Molte poesie di Petru Fudduni nascono dalla provocazione, a volte bassa e ignobile, che faceva riferimento alle sue umili condizioni e, tasto per lui dolentissimo, alla sua nascita ignota. E sempre il poeta ne usciva trionfante. Petru Fudduni inoltre rappresentava,  e lo dice lo stesso suo cognome, la follia: una follia intesa, da parte di chi è costretto ad obbedire a regole per lo più fatte  contro di lui, come estro di ribellione e conquista di libertà.
Ecco perchè -seconde me- Petru Fudduni è vissuto per secoli. E dico "è vissuto", perchè oggi Petru Fudduni non è più. Nessuno più lo incontra per le strade di Palermo e solo gli anziani lo citano indirettamente quando, alludendo al loro passato, dicono : "ai tempi di Petru Fudduni".
Ma io non sono sicuro che la sua scomparsa debba venire interpretata pessimisticamente come la fine di un mondo: piuttosto, come la nascita di un altro. E' vero: il poeta che parla a nome del popolo è morto ma, forse, perchè il popolo ha imparato a parlare per sè, e perchè ognuno di noi ha deciso di essere il "Petru Fudduni" di se stesso.   



PETRU FUDDUNI SI PRESENTA

Sutta sti vesti rozzi e pilligrini 
si trovanu li cori spariggiati; 
la rosa nasci 'nta puncenti spini 
'nta gerbi terri li gigghia su' nati; 
li petri priziusi e li rubbini 
'nta li rustichi rocchi li truvati: 
chi maravigghia c'è, all'ultimi fini, 
si mi viditi sti robbi sfardati?